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lunedì 14 Ottobre 2019 14:16
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Posted by on Apr 4, 2013 in Interviste | 0 comments

Roberto Vecchioni

Luci sul Prof: 40 anni di carriera e un duetto con Mina

La passione delle idee unita alla leggiadria descrittiva del poeta che non ha mai smesso di gridare il dissenso con sorprendente intensità emotiva e senza compromessi: Roberto Vecchioni, per tutti il Professo re.

Il 29 novembre è uscito I colori del Buio (Universal), raccolta dei brani che più hanno segnato la sua carriera: 40 anni di musica vissuta non solo come una professione quanto piuttosto come forma di educazione ai sentimenti, come spesso ama ricordare.
“Sì, la musica è un’educazione ai sentimenti, mia e spero, se riesco a farlo, anche un po’ degli altri. Sono stati anni meravigliosi, non facili né sempre perfetti. Qualche caduta l’ho avuta, di stile, nella mia vita privata, ma il filo che era appeso lassù partito dai miei 20 anni che arriva sino ad oggi che ne ho 68 è sempre stato dritto, a volte l’ho perso, ma l’ho recuperato. Una vita di musica si intreccia comunque e per forza con la storia di tua moglie, dei tuoi figli, dei ragazzi con cui parli e ai quali insegni, degli amici, niente è staccato dal resto, tutto è mischiato, e hai il dovere di non perderti nulla, non puoi perdere nulla, devi fare in modo che le speranze, le verità, i dolori e le gioie che ti sfiorano diventino parole per tutti, per cercare di dare una giornata di cuore allargato e di speranza alla gente che ascolta”.

Nel doppio album ci sono 2 inediti, i Colori del buio che dà il nome all’album e il Lungo addio (testo firmato per la prima volta dalla moglie Daria Colombo).
“All’inizio non si capisce, ma la canzone è dedicata a mia figlia che si sposa. Mia moglie ha firmato il testo per la prima volta, io e lei siamo una cosa sola, e poi in questo argomento, perche la figlia è anche sua (ndr, sorride), ho pensato che fosse giusto. La canzone tenta di uscire dal banale, io non parlo a mia figlia, io scelgo di parlare a suo marito, gli dico ti voglio bene, però un po’ ti invidio,ma tanto lo sapevo che doveva venire qualcuno a portarmela via. E così, con la scusa di parlare al marito, ripercorro la vita della mia bambina e le cose che ho amato di questa vita”.

Luci a San Siro per l’occasione si veste di un abito nuovo cucito addosso dallo straordinario duetto con Mina. Anche la tigre di Cremona non ha potuto dire di no al professore…
“No, non è che non ha potuto! Anzi,poteva dirmi di no mille volte, ma ha voluto farmi un regalo meraviglioso, un’emozione sublime. Io e Mina non ci siamo incontrati, conoscevo benissimo il figlio, ma in occasione di questo album che parla di 40 anni di carriera, ho pensato che sarebbe stato davvero bello se la mia canzone più rappresentativa fosse stata musicalmente accarezzata dalla più grande cantante italiana. Ho chiamato, mi ha detto subito sì, con grande gioia. Mi hanno chiesto dove volevo la voce, sono stati di una semplicità, di una carineria. E lei canta quel cameo con una tale passione, sembra proprio una mia amica che ricorda i miei anni di allora”.

In “Comici spaventati guerrieri” lei dice: i ragazzi hanno un mondo che avete massacrato, hanno un piccolo fiore dentro che c’è da chiedersi come è nato, non azzardatevi a toccarli mai, tirate via le vostre sporche mani, non confondetevi coi loro sogni. Poi Sogna ragazzo sogna. Nelle sue canzoni c’è sempre una sorta di investitura morale dei giovani cui affida il compito di essere gli artefici del cambiamento. Da professore e da padre, come interpreta il loro disagio?
“I ragazzi hanno perfettamente ragione dal punto di vista puramente teorico, la globalizzazione assurda e selvaggia di questo mondo ti mette in uno stato di handicap e difficoltà. Il problema è che tante di queste cose non torneranno indietro, la corrente della globalizzazione non si può fermare, non più. Non si torna indietro, perciò non potendo far invertire la rotta al mondo moderno, dobbiamo almeno provare ad addrizzarla dalla nostra parte, io mi metto per primo in mezzo ai giovani, e lo si fa combattendo con armi di pensiero, di parole. È inutile rompere vetrine o spaccare banche, rompere è un gesto di rabbia, di sconforto, che non serve a nulla, servono argomenti, e, politicamente, degli appoggi che siano dalla nostra parte. Il problema dei giovani è un’emergenza che richiederà tempo, occorre studiare la questione nel dettaglio, creare dibattiti per cercare di trovare delle soluzioni concrete, posti di lavoro, bisogna darsi da fare tantissimo. Tanto per calarci nella situazione attuale, credo che ad esempio, questa emergenza è l’unica che non potrà essere risolta da questa reggenza temporanea di Monti e dei suoi professori, perché è troppo complicata per poter essere risolta in un anno e mezzo. Tutti gli altri magari sì, ma quello dei giovani resterà”.

La musica è un linguaggio universale capace di affermare concetti importanti, rivoluzionari se vogliamo. Non è un caso che in tutte le zone interessate dalla cosiddetta primavera araba, è in crescita la produzione musicale legata alle proteste. Sono sempre di più i musicisti che lavorano in seminterrati e sotto pseudonimo per dare voce al dissenso.

Secondo lei, la rivoluzione può partire dalla musica?

Le rivoluzioni non partono dalla musica, la musica è commerciale,comunque sia, anche quella colta, intelligente, democratica, è commerciale, ma sicuramente la musica è importante, perché deve essere un sottofondo no profit, senza secondi fini, di qualcosa che è nel cuore degli uomini, cioè i vecchi antichi concetti della Rivoluzione francese, di libertà e uguaglianza, mai di violenza. Tra l’altro, nel 2013 Napoli ospiterà il Forum delle Culture, di cui sono Presidente, e sarà invitato tutto l’arco mediterraneo per cantare il disagio, le incertezze, non a canticchiare in una piazza semivuota, ma la loro sarà una presenza importantissima giustificata dalla loro cultura per affermare la loro dignità che è pari a quella di un Armstrong in jazz o di un Sinatra in musica leggera. La musica popolare è altrettanto fondamentale nella storia del mondo”.
Negli anni ‘70 il cantautore aveva anche una funzione sociale, di denuncia, ora le cose sono un po’ cambiate. Lei, però, non ha mai smesso di affidare alla sua musica un messaggio, che fosse curiosità verso il mondo piuttosto che la capacità di indignarsi o l’impegno politico vissuto come possibilità reale di cambiamento. Il nostro Paese è in un momento delicato, prendiamo spunto dal titolo dell’album: di che colore sarà il futuro dell’ Italia?
“Io sono ottimista, molto ottimista anche se questo è un momento un po’ freddo, un po’ privo di colori, ma per mettere a posto un paese, ci vuole un po’ di razionalità, i sentimentalismi li lasceremo per più avanti, ora dobbiamo cominciare a sistemare le cose, non si poteva agire diversamente. Poi ci sarà da combattere, la gente sarà chiamata a scegliere da che parte stare, dovremo chiarire che ruolo hanno avuto le banche, se sono colpevoli o no, se siamo colpevoli noi, sono tante le cose da rivedere, ma se prima non sistemiamo il debito, parliamo del nulla”.

Nelle sue canzoni dedica sempre particolare attenzione all’universo femminile. Sua moglie è una scrittrice e giornalista sempre in prima linea nelle battaglie che riguardano le donne e l’affermazione della loro dignità. C’è un verso delle sue canzoni che dedicherebbe alle donne che, in questa Italia, fanno ancora troppa fatica ad emergere?
“Purtroppo, in questo momento, nel nostro Paese fanno fatica tutti, uomini e donne. Poi è vero che le donne partono, certamente, da un handicap più pesante. Sono tante le canzoni, realistiche e un po’ favoleggiate, in cui canto le loro qualità, istintuali, ma anche razionali, Per esempio, Celia de la Cerna, è la storia della mamma di Che Guevara, maestrina elementare che è la mamma di un rivoluzionario, ma prima ancora è la mamma di un figlio lontano. Ecco, in quella canzone che amo tanto, ci sono la fragilità, la tenerezza, la speranza e la forza dell’essere donna, madre, lavoratrice, che abbraccia tutte le donne del mondo”.

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