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sabato 24 giugno 2017 0:17
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Posted by on apr 8, 2013 in Interviste | 0 comments

Fawzia Koofi

Nata per essere Presidente dell’Afghanistan.

di Beatrice Mancini.

Alle sei del mattino ho svegliato la maggiore delle mie figlie, Shaharzad, di dodici anni, e le ho spiegato che se non fossi tornata a casa dopo quel viaggio di pochi giorni avrebbe dovuto leggere la lettera alla sua sorellina.

Non è un brano strappalacrime di un romanzo, ma la dura realtà che Fawzia Koofi, membro del Parlamento Afgano e vice presidente della Camera (prima donna a ricoprire questa carica), vive ogni giorno nel suo Paese per difendere i diritti delle donne, dei bambini e del suo popolo in generale. Una giovane e coraggiosa donna costretta a muoversi con 8 guardie del corpo e vivere ogni momento della sua esistenza nella paura di saltare in aria. Tutta la sua straordinaria ed intensa vita è racchiusa nel libro “Lettera alle mie figlie”, pubblicato nel 2011 dalla Sperling & Kupfer. Proprio da qui è scattata la nostra voglia di conoscerla meglio e attraverso di lei, immergerci nella storia di un territorio che non è solo sinonimo di guerra e povertà, ma anche di un impellente desiderio di rinascita.

 

Il suo libro “Lettera alle mie figlie” è una toccante ed emozionante testimonianza delle persecuzioni che sono avvenute in Afghanistan, tante delle quali contro le donne, prima ad opera dei mujaheddin e poi dei talebani, dei quali anche suo padre e suo marito sono stati vittime. Ci sono differenze tra i due regimi?

“Si, ci sono differenze, specialmente nel modo in cui interpretano l’Islam. Sotto  iI regime guidato dai mujaheddin ci sono state lotte tra fazioni, la gente veniva torturata e uccisa, le donne violentate, il paese era distrutto, ma giovani e donne potevano andare a scuola, non erano obbligate a portare il burqa. La differenza tra l’ideologia dei mujaheddin e quella dei talebani è che i talebani non accettavano che le donne facessero parte della società, non permettevano che andassero a scuola, imposero il burqa. I talebani  fanno le loro interpretazioni dell’Islam, usano le scritture per sopprimere il potenziamento delle donne, ma questo non è assolutamente sancito dall’Islam”.

Nel 2005 è stata eletta per la prima volta alla Camera dei Deputati. Ha già raggiunto qualche importante obiettivo, quali sono le battaglie ancora da combattere?

“In questi sei anni sono stati fatti molti passi avanti, ma la strada che ho intrapreso è ancora lunga. Quando sono entrata in Parlamento per la prima volta nel 2005, è stato subito chiaro che le parlamentari donne non erano considerate come i colleghi uomini. Non era facile per una donna prendere la parola, giorno dopo giorno le donne hanno trovato sempre di più la forza di parlare e oggi partecipano al dibattito, intervengono in maniera attiva nella discussione. Hanno dimostrato coraggio e capacità nel portare avanti in modo onesto il loro mandato, mantenendo le promesse fatte agli elettori. Io poi sono personalmente molto attenta a tutte le leggi che regolamentano il diritto di famiglia, ogni volta che è possibile mi preoccupo che siano formulate in modo tale che le donne possano trarne vantaggio. Uno dei grandi problemi che abbiamo, ad esempio, è l’elevato tasso di mortalità durante la gravidanza, dovuto alla mancanza di infrastrutture. Dobbiamo batterci per garantire un’assistenza sanitaria di base e fare riforme che rispondano alle reali aspettative della gente”.

Per il suo impegno verso i più deboli e le donne, ogni giorno qualcuno attenta alla sua vita ed è già sopravvissuta a diversi attentati. Chi vuole ucciderla e perchè?

“Io credo che i Talebani vogliono uccidermi perché non vogliono vedere una donna, specialmente una donna forte come me. Il fatto che in Parlamento ci siano 69 donne indica la strada anche alle altre donne, uccidermi è un segnale per dire che le donne devono stare in silenzio. Un anno fa, l’8 marzo, mi hanno attaccato mentre ero in auto con le mie figlie. Ci sono poi,   alcuni leader politici tradizionali, gruppi criminali e corrotti che sono al potere da 30 anni che non vogliono condividere il potere con le giovani generazioni, ma vogliono mantenerlo attraverso violenza, divisioni e lotte. Se le donne diventano più forti in ambito politico, per loro è un rischio. Le donne non sono mai state coinvolte nelle azioni sanguinarie e nella distruzione del paese,  per questo sono anche le più indicate per presentare un’immagine diversa dell’Afghanistan”.

Alcune femministe islamiche affermano che  rileggendo il Corano da una prospettiva di genere, l’Islam garantisce alle donne i diritti negati da una minoranza maschilista. Condivide questa affermazione?

“Si, sfortunamente l’Islam è stato politicizzato. I talebani hanno usato l’Islam, i mujaheddin hanno usato l’Islam, per divedere, separare. E la loro distorsione  ha finito per essere confusa e assimilata alla nostra tradizione e cultura. L’Islam che conosco io, però, è un altro Islam: è scrittura, studio, tutto ciò che i talebani combattono, perché loro non si basano sulla religione, ma su imposizioni che non fanno parte della nostra cultura, del nostro popolo. Sono alcuni leader tradizionali che usano l’Islam contro le donne”.

Pensa che la presenza dell’Italia e di altri paesi dell’ONU in Afghanistan è ancora utile?

“Si, credo che è ancora necessaria. Le truppe NATO sono venute per compiere una missione: sconfiggere i talebani, aiutare la popolazione, contribuire ad un paese democratico e pacifico. Questa missione non è ancora compiuta, non siamo forti abbastanza per proteggerci, abbiamo bisogno di questa presenza per condurre il Paese al cambiamento, alla democrazia. A quel punto potremo camminare da soli”.

Come ha reagito il popolo afgano all’uccisione di Bin Laden?

“Tanta gente ha accolto la notizia positivamente, perchè sono in molti a considerare Bin Laden la causa dell’uccisione di tanti innocenti. I giovani, le donne, i bambini non ne possono più di vivere con la minaccia del terrorismo. La mia gente merita di vivere felice, in pace, perché anche se tanti leader hanno usato l’Islam per dividere, io voglio dire che l’Islam non è una religione di guerra, ma di pace”.

Ha deciso di candidarsi come Presidente dell’Afghanistan nel 2014. Come pensa di vincere?

“La società afgana è divisa in due. Una parte vuole diritti, libertà, progresso, leader onesti, un Afghanistan con un futuro. L’altra è dominata dal fanatismo estremista, integralista. Tante persone sono stanche di tutti questi politici tradizionali che non vogliono condividere il potere. Io credo nella mia gente, credo nella loro voglia di cambiare. E spero che loro credano in me”.

 

                                                                Traduzione a cura di Francesca Ceci