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sabato 15 dicembre 2018 20:46
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Posted by on set 4, 2013 in Articoli | 0 comments

Intervista a Lucia Mosiello, primo ricercatore del laboratorio di innovazione agro-industriale dell’ENEA

 

 

di Giulietta Rovera

 

Ai giovani ricercatori dico non mollate”

Il 15 giugno è stato consegnato a Sabaudia il premio “Pavoncella alla creatività femminile” per la ricerca scientifica a Lucia Mosiello. Minuta, corta chioma corvina, sguardo ridente e mascella volitiva, la ricercatrice dell’ENEA-Casaccia è arrivata alla premiazione armata di una scatoletta di plastica trasparente, dove in bell’ordine erano allineate una mezza dozzina di quelle che ai profani sembravano unghie finte in attesa di essere applicate: tante lamina d’oro grandi come un’unghia e della forma di un’unghia. Ma non erano unghie: erano biosensori. Lucia Mosiello, primo ricercatore del laboratorio di innovazione agro-industriale dell’ENEA, coadiuvata dalla sua équipe, ha realizzato un innovativo prototipo di biosensore, denominato QCM, a cristalli di quarzo, in grado  di identificare in pochi minuti la presenza in alimenti come cereali, cacao, caffè, di micotossine – l’aflatossina B1, l’ocratossina e la fumonisina -  sostanze prodotte da alcune muffe, pericolose  per la salute. Perché si chiamano biosensori? Perché sono strumenti di misura che  permettono di identificare  i contaminanti alimentari, utilizzando molecole di natura biologica – generalmente anticorpi, ma anche corte sequenze di DNA- associate ad un opportuno sistema di trasduzione, il quale converte la risposta biochimica in un segnale fisico quantificabile. I dispositivi messi a punto dalla Mosiello hanno anche altre caratteristiche: affidabilità, ottime prospettive di commercializzazione, basso costo, possibilità di rigenerazione, facilità d’uso e di trasportabilità il che consente di svolgere le analisi direttamente sul campo rendendo così più semplici i controlli, che oggi costringono a trasportare  i campioni in laboratorio, con procedure complesse  e costose.

I biosensori per le micotossine potranno mai essere usati dal consumatore?

“In linea teorica sì, risponde la Mosiello, perché sono simili agli strumenti in dotazione ai diabetici per misurare la glicemia. In realtà, l’analisi dei contaminanti alimentari non dovrebbe essere a carico del consumatore, ma delle istituzioni cui è demandato il compito di controllare la sicurezza degli alimenti prima che arrivino sugli scaffali del supermercato.” In Italia si sono mai verificati gravi intossicazioni da micotossine? “Nel nostro Paese non c’è una situazione di vera emergenza, perché i controlli sono costanti e rigorosi, ma richiedono attrezzature complesse e l’intervento di personale specializzato. I biosensori che noi abbiamo sviluppato sono strumenti trasportabili e a basso costo, in grado di individuare le ocratossine, le fumonisine e le aflatossine: alcune di queste sostanze, in particolare l’Aflatossina M1 può essere presente nel latte, nel quale viene rilasciata da animali che hanno ingerito mangimi contaminati. Proprio per questo, nostro obiettivo è sviluppare strumenti utilizzabili dai produttori  direttamente nella stalla, sul latte, ovvero sulla matrice che rappresenta la base per i preparati alimentari: torte, biscotti, alimenti destinati alla prima infanzia… Soprattutto i cosiddetti baby food, assunti da neonati e nell’età evolutiva, se contaminati, possono essere pericolosi per la salute non solo nell’immediato ma anche nel futuro.”

Lucia Mosiello è nota non soltanto in Italia per le sue ricerche: partecipa infatti a progetti internazionali inerenti la biosensoristica e le nanotecnologie, è membro dell’Associazione Italiana Sensori e Microsistemi (AISEM), e dell’Editorial Board del Journal of Sensors. Ha svolto inoltre attività come docente di Tecniche della Prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro presso la facoltà di Medicina all’Università di Roma Torvergata, è autrice di numerose pubblicazioni e, last but non least, mamma di due bambine di 9 e 12 anni: “Per questo so quanto sia importante per i consumatori in generale e le mamme in particolare avere la certezza che i propri figli assumano elementi non contaminati”.

Nel suo campo professionale, il fatto di essere donna le è stato di ostacolo?

“No, anche se riconosco che non è facile conciliare l’attività di ricerca con la famiglia. Detto questo, non condivido la logica di dovere scegliere  una cosa piuttosto che un’altra: dobbiamo essere libere di portare avanti il nostro lavoro e contemporaneamente dedicarci alla cura dei figli. Tengo inoltre a sottolineare che la competenza non ha genere. Nel momento in cui infilo il camice, io non sono né uomo né donna: sono una ricercatrice e mi confronto esclusivamente con la comunità scientifica che valuta i risultati da me ottenuti solo in base alla loro validità scientifica. Proprio perché la competenza non ha genere, non dovrebbe neanche avere limitazioni per quanto riguarda la carriera. Purtroppo nella pratica non è sempre così: la donna evidentemente è ancora discriminata, perché con fatica riesce a raggiungere i vertici”

Margherita Hack osservava che in Italia, nonostante esistano problemi drammatici, non tutto è da buttare: per esempio, la scuola funziona meglio di quanto non si pensi, tanto è vero che i nostri laureati trovano facilmente impiego all’estero. “Sono d’accordo. I nostri giovani ricercatori sono molto apprezzati non solo per la preparazione, ma perché sono abituati a risolvere i problemi con una certa dose di inventiva. L’aver lavorato in patria in situazioni difficili per mancanza di risorse li ha allenati a pensare a soluzioni alternative e ha stimolato la loro creatività, che è una dote essenziale per chi fa ricerca. Riconosco che  i giovani ricercatori non abbiano molte opportunità di impiego in Italia, ma io raccomando loro di non mollare. Ormai la comunità scientifica è globalizzata, e se non si riesce ad avere una collocazione in un laboratorio italiano, si può trovare in un’altra parte del mondo.” Lei sarebbe andata all’estero? “Io sono andata all’estero all’inizio della carriera: ho lavorato in Germania presso le Università di Monaco e di Stoccarda ed è stato un periodo esaltante per la mia formazione.” Poi però è tornata in Italia. “Sì, perché ritengo che si debba girare il mondo, senza però abbandonare l’idea di contribuire alla crescita scientifica del proprio Paese.”