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martedì 18 dicembre 2018 23:28
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Posted by on mag 16, 2014 in Articoli | 0 comments

Incontro con Yasmine Ghata

“Scrivere nel terzo millennio è rallentare il mondo, prendersi il tempo necessario per guardarsi in faccia”

di Alma Daddario

Io, Nur, figlio di Barbe Blanche.

Barbe Blanche era mio padre.

Non si era mai separato dal suo târ1 prima di morire:

uno strumento dal lungo manico che custodiva l’anima

dei suoi antenati. E come una bussola aveva indicato a mio

padre la via per l’Aldilà. Le palpebre di Barbe Blanche si

erano chiuse quel giorno come due barche attirate al largo

da una spuma lucente, e si era spento suonando. Il tremito

delle corde catturò gli ultimi palpiti del suo cuore; il

plettro d’ottone, caduto nella cassa armonica, emise un

rintocco insidioso quasi a sfidarci ad andare a riprenderlo.

Mio fratello Hossein tentò invano di rianimare il vecchio

padre, io facevo lo stesso con quel târ che scuotevo come

se lì dentro fosse prigioniera la sua vita. Fu la rassegnazione

di nostra madre a farci accettare l’inammissibile: stese

la spoglia sul divano e baciò la fronte del defunto”.

Questo è l’incipit del romanzo: “Concerto per mio padre”, edizioni Del Vecchio, della scrittrice franco-libanese Yasmine Ghata, un romanzo definito “una storia con domande universali, iniziatica, dal soffio mistico”. Si tratta di un’opera di indubbia finezza stilistica soprattutto nell’analisi dei personaggi. Il tema è quello della trasmissione artistica di generazione in generazione, non a caso la scrittrice è figlia della poetessa libanese Vénus Khoury Ghata. La storia è narrata in prima persona, di volta in volta, da un personaggio diverso.

Incontriamo l’autrice durante la presentazione del libro a Roma.

Il suo ultimo romanzo è stato definito un percorso iniziatico, quasi mistico. I due protagonisti, i fratelli Moshem e Hossein raggiungono il divino attraverso la musica. Anche la scrittura può servire a questo scopo?

Si, per me la scrittura è qualcosa di terapeutico, un lavoro continuo sull’inconscio: su un fiume che scorre continuamente dentro di noi.

Le parole sgorgano da noi stessi, e ci guariscono.

Sempre nel suo romanzo, l’arte si tramanda di padre in figlio. E’ successo anche a lei. Avere in casa una mdre scrittrice l’ha agevolata?

Avere in casa un genitore artista può agevolare, ma anche rendere difficile una scelta. Si entra in conflitto, a volte non è chiaro se questa sia una scelta forzata dall’ambiente, si ha paura di non essere all’altezza del padre o della madre. Per me è stata una scelta molto sofferta, ma alla fine ho capito che era la strada giusta.

 Secondo lei, lo scrittore ha un compito anche sociale?

Ogni artista ha un ruolo sociale nella misura in cui ogni atto creativo è l’eco della nostra condizione umana. Gli scrittori osservano, ascoltano, reagiscono all’assurdità della vita, spronano gli altri a reagire.

 Ha avuto miti di riferimento letterario durante la sua infanzia?

Ho pensato che avrei voluto scrivere la prima volta che ho letto: “Mon nom est rouge” dello scrittore turco Orhan Pamuk. Questo autore è stato una rivelazione. Una spinta a scrivere.

Ma quanto è importante l’infanzia per uno scrittore?

Uno scrittore è sempre influenzato dalla propria infanzia, anche se non ne scrive direttamente. L’infanzia è una grande riserva di emozioni, è il periodo in cui si vivono in modo più intenso. E’ da piccolo che cominciamo a familiarizzare con l’inconscio. E’ una sorta di apprendistato verso la sensibilità. A volte da piccolo si fanno I conti con I silenzi degli adulti: ecco, scrivere per me ha rappresentato l’occasione di colmare questi silenzi, di svelare i segreti dei grandi.

Secondo lei esiste una scrittura di genere, e se si, in cosa consiste?

Non farei una distinzione tra scrittori uomini e donne, seppure con le dovute differenze, esistono scrittori estremamente sensibili.

Una donna scrittrice ha più empatia rispetto a un uomo?

No: scrittura e immaginario non sono una questione di sesso. Non bisogna ragionare per stereotipi o luoghi comuni, la scrittura è essenzialmente libertà.  

Di conseguenza non è difficile per una scrittrice immedesimarsi in un personaggio maschile?

Certo che no. Si tratta solo di trascrivere emozioni e avere la capacità di farlo.

C’è del sessismo nel mondo dell’editoria? E che ne pensa delle “quote rosa”?

Non mi sono mai trovata in situazioni discriminanti per quello che riguarda la mia esperienza professionale. Per quello che concerne le “quote rosa”, credo che non dovrebbero essere necessarie, se si guardasse al vero talento in ogni situazione, sia politica che professionale e artistica.

Qual è il pubblico con cui preferisce rapportarsi?

A un pubblico in grado di recepire la poesia. La poesia potrebbe sembrare una cosa inutile, ma soprattutto di questi tempi se ne ha tanto bisogno. La poesia, in senso lato presente in tutte le arti, quella che ci aiuta a vivere.

I suoi libri sono stati tradotti in varie lingue, che rapporto ha con la traduzione? Crede che si corra il pericolo di un…tradimento del messaggio?

Il mio stato d’animo nel momento in cui consegno un romanzo a un traduttore, è che da quel momento diventa una creatura non più solo mia. E’ come se il traduttore diventasse un nuovo padre, adottivo. In realtà è come se fosse un co-autore.

A che ora preferisce scrivere durante la giornata? 

Al mattino presto, quando il mondo è ancora quasi addormentato.

Molti scrittori hanno riti scaramantici, lei ne ha?

No, ma sento la necessità di prendere in continuazione appunti.

Durante il tempo libero, cosa ama fare?

In realtà di tempo libero ne ho poco, avendo tre bimbi piccolo. Quando posso vado al cinema, a visitare qualche museo. Mi piace anche cucinare per gli amici.

Tra i nuovi progetti: romanzi, saggi, soggetti cinematografici o teatrali?

Di progetti ne ho svariati, ma per scaramanzia preferisco non parlarne ora, è troppo presto!