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Posted by on feb 26, 2015 in Rubrica "PARLIAMO D'ALTRO" | 0 comments

Mamma, come siamo caduti in basso

di Enzo Alfredo Becchetti

 

Fra le tante cause della crisi perdurante che pesa sul nostro Paese, ce n’è una di cui nessuno parla: la mancanza di formazione qualificata. Molti versano lacrime sul destino disoccupazionale dei nostri giovani, pochissimi propongono soluzioni in grado di elevare l’occupabilità dei giovani e degli adulti (per intenderci, tutti quelli compresi fra i 18 ed i 64 anni di età). Poche cifre, tanto per avere il quadro della situazione. Il life long learning (formazione continua) in Italia tocca 61 adulti su mille. In Francia sono 177, in Gran Bretagna 161, in Spagna 111. non parliamo della Danimarca (314) o della Svezia (281). Peggio di noi la Bulgaria, ma il loro trend è in crescita, mentre il nostro è in costante calo. In media, in Europa 105 adulti su mille sono impegnati in attività di formazione. Questo vuole dire che le aziende degli altri Paesi migliorano le loro performance produttive, mentre i formati migliorano la loro posizione sul mercato del lavoro. Noi no. Guardando con attenzione dentro i dati, si scopre che è in atto un secondo fenomeno grave e profondo di discriminazione formativa (gli inglesi lo chiamano knowledge divide). La formazione, infatti, è destinata alle classi di età più giovani (25-34 anni), quelle che hanno tassi di scolarità più elevati, ma pochissima esperienza produttiva. Solo il 5,7 dei partecipanti a corsi ha fra i 35 ed i 44 anni e solo il 3% degli over 55 aggiorna le proprie conoscenze.

È una sorta di suicidio produttivo programmato. Le persone che hanno maggiori competenze e, di fatto, costituiscono il vero capitale immateriale delle aziende, sono escluse dai processi formativi e perdono opportunità di carriera o di crescita professionale, a vantaggio di coloro che hanno una  bassissima esperienza produttiva ma potrebbero disporre di molto tempo per acquisirla. Aumenta il loro “sapere”, ma non cresce il loro “saper fare”. È come considerare un ingegnere neolaureato migliore di un ingegnere con dieci anni di esperienza produttiva alle spalle, solo perché anagraficamente è più giovane. Questo processo, proiettato nel tempo, produrrà dei guasti insanabili nella struttura produttiva dei moltissime imprese, in particolare in quelle di medie e piccole dimensioni,che costituiscono lo zoccolo duro del nostro sistema industriale. Poca memoria produttiva, poche risorse capaci di coniugare le competenze acquisite con i nuovi contenuti tecnologici. Se incrociamo questo dato con la posizione dell’Italia nel contesto dell’innovazione produttiva europea, il futuro diventa ancora più fosco. Fra il 1995 e il 2008, il totale di investimenti nella ricerca in termini reali è aumentato del 50% nell’UE. Sarebbe una buona notizia, se non fosse che gli aumenti registrati nel resto del mondo sono stati molto più consistenti. Nello stesso periodo, gli investimenti nella ricerca negli Stati Uniti sono aumentati del 60% complessivamente e in termini reali, mentre i quattro paesi a maggiore intensità di conoscenze dell’Asia (Giappone, Corea del Sud, Singapore e Taiwan) hanno registrato un aumento del 75%, i paesi BRIS (Brasile, Russia, India e Sudafrica) del 145%, la Cina dell’855% e il resto del mondo di poco meno del 100%. Ne deriva che una quota sempre maggiore di attività di R&S nel mondo avviene fuori dell’Europa. Nel 2008 meno di un quarto (24%) del totale della spesa di R&S mondiale ha interessato l’UE, contro il 29% nel 1995. Sulla base delle tendenze attuali, la Cina potrà superare l’UE entro il 2014 in termini di volume di spesa per R&S. La debolezza dell’investimento europeo in R&S è particolarmente visibile nel settore privato, in cui l’Europa continua a perdere terreno nei confronti degli Stati Uniti e delle principali economie asiatiche. Relativamente al PIL, le imprese investono due volte di più in Giappone e in Corea del Sud che in Europa, senza dimenticare che dal 2000 a questa parte l’intensità di R&S in Cina cresce a un ritmo 30 volte superiore a quello registrato in Europa. Nella Conferenza di Lisbona avevamo scommesso sulla percentuale del 3% del PIL destinato alla ricerca nel 2010, siamo inchiodati all’1,6. Per quanto riguarda le iscrizioni all’università, nel 2009 i nuovi iscritti in Cina sono stati più di sei milioni, pari al totale combinato di nuovi iscritti nell’UE, negli Stati Uniti e in Giappone. Meno di sette anni fa, in Cina le iscrizioni si attestavano al livello dell’UE (circa 3 milioni) e degli Stati Uniti (2,5 milioni). Non è solo un dato sostenuto dalla differenza di popolazione. È l’indicatore di una strategia di crescita intenzionale, sostenuta da massicci finanziamenti e da agevolazioni da noi sconosciute. E forse la caduta verso il basso non è ancora finita. Nel suo intervento per l’apertura del nuovo anno scolastico, il Ministro Giannini ringraziava gli studenti, i docenti e le famiglie e ammetteva: “Noi pensiamo che per costruire una Buona Scuola non basta solo un Governo. Ci vuole un Paese intero.” E’  vero, ma il Paese ha bisogno di un buon governo, che indichi strade da seguire e cose concrete da fare.