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martedì 18 dicembre 2018 23:27
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Posted by on mar 20, 2015 in Rubrica "PARLIAMO D'ALTRO" | 0 comments

A mezzanotte dell’8 marzo

Vasto, al confine tra Abruzzo e Puglia, 38 mila abitanti, poco più di 2.000 gli stranieri residenti, la metà sono romeni. La parte bassa si chiama Vasto Marina, belle spiagge, turismo di massa, quello delle famiglie e della mezza pensione. Brodetto di pesce alla vastese, pescato di piccolo taglio e pomodori locali, turgidi d’acqua e di sapore, crescono bene sulle balze che dominano le spiagge.

La palazzina somiglia a tante altre; al secondo piano, a due passi dalla Statale 16, che d’estate si riempie di turisti, ci vivono da qualche mese Joseph Martella e Daniela De Marchi. Francese lui, ma da tempo residente a Vasto, romana lei. Convivenza fragile, messa in difficoltà dalla crisi. Lui, barista, perde il posto di lavoro a dicembre e i soldi di lei non bastano. Rimproveri e critiche, lui nella depressione e nell’incapacità di trovare rapidamente alternative (chi te le da se hai 57 anni), lei forse pentita della recente scelta di convivenza, prima sembrava tutto semplice, ma ora le bollette e le tasse e la spesa diventano la colonna sonora del quotidiano. Altro che brodetto.  Manca poco alla mezzanotte dell’8 marzo, arriva forse l’ultima rabbiosa critica di lei, lui prende un filo elettrico e la strangola. Poi chiede aiuto ai vicini. Ma non c’è più niente da fare. Rimane a lungo a guardarla in silenzio. Arriva il 118, il magistrato di turno, la scientifica, tutto il laborioso team delle indagini. Lui rimane in silenzio.

Li chiamano “femminicidi del possesso”. Il rapporto si incrina, lui non capisce, non ce la fa ad accettare e la rabbia trasforma un innocuo barista in un assassino, trasforma una donna come tante nell’ennesima vittima del femminicidio.

Nella guerra tra i sessi muore una donna ogni due giorni. Dicono che il 2013 sia stato l’anno peggiore, ma forse il peggio deve ancora venire.

Daniela non conosceva le statistiche, non aveva letto il rapporto Eures che rivela come la metà delle aggressioni mortali avviene entro 90 giorni dalla separazione. La separazione non c’era ancora, magari era solo affiorata nelle minacce e dei momenti duri delle liti. Daniela non sapeva nemmeno che l’età media delle vittime coincideva con la sua (53 anni) e che oltre il 60% di loro muoiono per mano del convivente. Forse sarebbe stata più cauta, forse avrebbe usato parole meno pesanti. Ma non poteva aspettarsi l’esplosione di rabbia omicida proprio quel giorno, proprio l’8 marzo.

Il femminicidio è spesso un’escalation di violenze e/o vessazioni di carattere fisico. I dati disponibili indicano un’elevata frequenza di maltrattamenti pregressi a danno delle vittime. Nella palazzina di Vasto, niente di tutto questo: solo il malumore e il disagio crescente di una convivenza logorata dallo stato di necessità. Silenzio invece delle grida, nessun sintomo facilmente percepibile. Ma non sarebbe cambiato niente. In questa guerra, metà delle future vittime di omicidio aveva segnalato/denunciato alle Istituzioni le violenze subite, senza ottenere nessuno strumento di difesa.

Il Parlamento è severamente impegnato a fare riforme su riforme, eppure due questioni sembrano non appartenere a nessuno schieramento: l’omocidio stradale e il femminicidio.

Qualche anno fa sembrava si fosse costituito un fronte femminile trasversale, in grado di imporre ai feudi maschilisti solidamente impiantati in tutti i partiti, almeno una corsia preferenziale per una risposta legislativa decente ad una piaga sociale. Poi di nuovo il silenzio. E la retorica del “mai più tragedie del genere”, “non possiamo accettare”, “una ferita per tutte le donne”.

E’ una ferita anche per gli uomini. Che si chiami Daniela o Claudia, che accada a mezzanotte dell’8 marzo o il 12 aprile mattina, è il segnale di una profonda debolezza del pensiero sociale, che non è più in grado di dettare le priorità ad un corpo sociale reso ottuso dai reality che impediscono di vedere la realtà.

Enzo Alfredo Becchetti