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martedì 18 dicembre 2018 23:24
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Posted by on mar 1, 2016 in Rubrica "PERCORSI DI IERI E DI OGGI...", Slideshow | 0 comments

Premio Minerva Anna Maria Mammoliti nel “Primo Tempio” di Roma

 

di Roberta Barone

 

Minerva, dea romana della guerra giusta, delle grandi virtù, della strategia, della saggezza, dell’ingegno, delle attività intellettuali, delle arti utili: l’ingegneria, l’architettura, la matematica, la scienza l’artigianato, la tessitura, insomma la divinità dai mille compiti. La dea che non a caso, ha ispirato il nostro ambito Premio, celebrato con grande successo da ventisei anni al Campidoglio. Oggi sede del Comune di Roma ma fin dall’antichità, centro nevralgico per la vita della città, la cui importanza politica, sociale e religiosa crebbe soprattutto nell’età repubblicana. Testimonianza che i romani seppero sapientemente esprimere attraverso i Templi. I più importanti edifici sacri dell’antica Roma, la dimora degli dei, il luogo deputato alla loro cerimonia e dove venivano venerati con oggetti votivi offerti dai fedeli. Luoghi di culto e di potere politico ed economico, come nel caso del tempio di Saturno nel Foro, sede del tesoro di stato, ma anche luogo dove si potevano tenere le sedute solenni del Senato, o i sacrifici augurali dei nuovi consoli, o in cui depositare gli archivi riguardanti le relazioni diplomatiche con i vari popoli, come nel caso del tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, appunto, il più importante e venerato Tempio di Roma e dedicato alla triade Capitolina. Il secondo ad essere costruito.

Ma quale fu il primo? Quale a dare origine alla lunga serie di maestosi edifici, così sapientemente costruiti da sopravvivere, in alcuni casi solo nella memoria storica, ai secoli?

E’ il tempio di Giove Feretrio, fondato dal primo re di Roma, Romolo, a seguito della sua vittoria sui Ceninensi avendo sconfitto in battaglia il loro capo Acrone nel 751 a.c.

Secondo quanto ci tramanda Tito Livio, venne eretto sul Campidoglio, già allora considerato uno dei sette colli più importanti, ma purtroppo non ci sono sufficienti fonti scritte per poter risalire al suo aspetto esteriore, se non da una testimonianza di Dionigi da Alicarnasso, che lo descrive come un tempietto di piccole dimensioni che misurava nel suo lato più lungo, non più di quindici piedi.(nemmeno 5 mt). Sicuramente più simile ad una capanna, che all’edificio monumentale con il quale solitamente identifichiamo i templi, fu costruito in prossimità di una quercia, sacra a Giove, dove Romolo probabilmente appese le armi del comandante sconfitto. Sappiamo inoltre che, nel tempio di Giove Feretrio, veniva custodita una pietra, il lapis silex, in realtà un’ascia preistorica che rappresentava e materializzava il simbolo del fulmine, su cui i romani arcaici facevano giuramenti di carattere sia pubblico che privato. Una cosa è certa, Romolo oltre ad essere il fondatore della città, colui che unificò sul Palatino in un unico popolo i vari nuclei abitativi indipendenti sparsi sugli altri colli, fu anche il Re ad istituire il primo culto cittadino e a designare il Campidoglio quale luogo simbolo. Infatti fu proprio qui, intorno al 575 a.c. per volontà del quinto re di Roma Tarquinio Prisco, che iniziarono i lavori per la realizzazione del più monumentale edificio: il Tempio di Giove Ottimo Massimo, lavori rimasti a lungo sospesi e ripresi con l’ultimo re Tarquinio il Superbo, ma inaugurato nel primo anno della repubblica il 509 a.c. dal primo console di Roma. L’imponente edificio misurava 175 piedi di lunghezza e 204 in larghezza, (circa 53 mt x 62 mt ) e si ergeva sul Campidoglio, (da qui in nome Capitolino) possente quanto il Partenone su Atene: dominante sulla città e visibile da qualunque punto. L’edificio di dimensioni gigantesche, era orientato verso sud-est, come la maggior parte dei templi romani, così che il sole illuminasse il più a lungo possibile la facciata e le statue. Preceduto da una  gradinata posta tra due avancorpi, per metà era costituito dal pronao (lo spazio tra la cella e il colonnato) formato da tre file di sei colonne tuscaniche di tufo, e per l’altra metà dalla cella; quest’ultima era fiancheggiata da sei colonne per parte ed era divisa in tre ambienti: l’ambiente centrale era dedicato a Giove (lo scultore Vulca, di Veio, che realizzò la statua di culto, lo vestì con gli abiti e le insegne della regalità poi indossate dai condottieri nel giorno del trionfo) l’ambiente di sinistra era dedicato a Giunone mentre quello di destra a Minerva. Il lato di fondo era chiuso da un muro continuo contro il quale si attestavano le file esterne delle colonne e i muri perimetrali della cella. All’interno, in una camera scavata sotto il tempio, venivano conservati i Libri Sibillini, una raccolta di responsi oracolari scritti in lingua greca il cui scopo era quello di essere consultati da parte del Senato, per evitare di contrariare gli dei allorquando si proponevano nuove imprese. Ma i libri, o almeno la gran parte di essi, bruciarono in uno dei tanti incendi, quello provocato da un fulmine nell’ 83 a.c. che nei secoli colpirono e danneggiarono il tempio. Malgrado i restauri, le ricostruzioni e i miglioramenti susseguitesi nel tempo, che lo mantennero intatto fino al IV secolo d.c., a farne rimanere ben pochi e scarni resti, concorsero oltre agli agenti atmosferici, la devastante demolizione nel periodo cristiano, il crollo del terrapieno su cui poggiava e non ultimo il saccheggio da parte dei Vandali durante il sacco di Roma del 455. Di questo monumentale tempio, ne rimangono parti della platea e del podio al di sotto dell’odierno palazzo Caffarelli e nel suo giardino, altri all’interno del Museo Nuovo Capitolino. Ma, ed è proprio il caso di citarlo: vox populi, vox dei, si dice che le quattro colossali colonne di bronzo dorato che ornano ancor oggi l’altare del Sacramento nella basilica di San Giovanni, poste in occasione dell’anno santo del 1600, siano quelle originarie del tempio in onore a Giove Capitolino. Del suo più umile predecessore, il primo tempio costruito da Romolo, nessun resto, non una pietra, fino a qualche tempo fa solo l’indicazione, da testimonianze scritte, del luogo in cui sorgeva, sito identificato oggi, grazie a reperti votivi risalenti alla seconda metà del VII secolo a.c. rinvenuti durante dei lavori di scavo, con la Protomoteca Capitolina. Una delle sale più prestigiose del palazzo del Campidoglio, che raccoglie la collezione di busti in marmo fra le più apprezzate, sala utilizzata per le cerimonie pubbliche, le relazioni istituzionali e anche location del nostro Premio Minerva Anna Maria Mammoliti. Proprio lì, e sarà pura coincidenza, sopra il primo Tempio di Roma e a soli due passi dal più monumentale Tempio dedicato alla triade capitolina: Giove, Giunone, Minerva. Ma Romolo si sa, per le donne ha sempre avuto un debole!