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martedì 18 dicembre 2018 23:23
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Posted by on mar 8, 2016 in Articoli, Rubrica "PERCORSI DI IERI E DI OGGI..." | 0 comments

LA DONNA E LA FAMIGLIA: CINQUEMILA ANNI DI STORIA

di Roberta Barone

In principio era Nun, il Caos, elemento liquido e turbolento, il non creato. Da lui si generò Atum, il dio creatore che diede vita a Shu, l’aria e a Tefnut l’umido, che a loro volta generarono Geb, la terra e Nut il cielo. Questi ultimi se ne stavano sempre uniti e impedivano alla vita di germogliare, così Atum ordinò al loro padre, Shu, di dividerli. Con le mani Shu spinse Nut verso l’alto facendole formare la volta celeste e con i piedi calpestò Geb tenendolo sdraiato, così che l’aria separò il cielo dalla terra e da quel momento, la dea Amonet madre del creato, fu considerata la madre che è padre”.

Nel mito egizio, quindi, il principio femminile e maschile, rappresentati da Amonet insieme ad Amon, necessari per mantenere l’equilibrio e l’armonia del cosmo, formavano una delle quattro coppie primigenie, incarnate sulla terra dal Faraone e la sua Grande sposa.

La coppia reale, che faceva da tramite tra il mondo terreno e quello celeste, era quindi un’unica entità costituita da due elementi complementari, fondamento del principio, per l’intera società egiziana, dell’uguaglianza fra i sessi, assicurazione per la donna della piena parità con l’uomo, dotata degli stessi diritti e poteri maschili. Infatti, a prescindere dalla condizione sociale di appartenenza, la donna egizia già cinquemila anni fa, poteva possedere beni, acquistarne, ereditarne, poteva stipulare contratti, gestire attività commerciali e, addirittura, accedere ad alte cariche dello stato. Un potere ed una dignità che fanno della figura femminile egizia, un unicum: nessuna donna del tempo, nelle altre civiltà, godeva di alcun diritto. A differenza delle donne greche o romane, non costretta ad una società maschilista, non conobbe mai l’imposizione, l’autorità, la pesante tutela dell’uomo, padre o marito che fosse; i suoi diritti acquisiti con la nascita, la capacità giuridica che si completava con la maggiore età, non venivano modificati a seguito del matrimonio o della maternità.

Poteva scegliere liberamente chi sposare, e se il matrimonio per altro monogamico, non si dimostrava sufficientemente felice era libera di divorziare, riprendendosi i beni che costituivano la sua dote. Padrona indiscussa della casa, perno della famiglia, responsabile dell’attività domestica, la sua autorità non derivava mai da questa posizione, né questa posizione le negava il diritto di essere trattata umanamente, offrendole la garanzia di appellarsi alle autorità, laddove non fosse rispettata in tal senso. Una condizione femminile decisamente moderna e avanguardista, almeno rispetto a quella vissuta dalle donne greche, la cui sorte era segnata fin dalla tenera età. Costrette a vivere all’interno della casa e nella parte a loro destinata: il gineceo, le donne greche non potevano uscire quasi mai, il loro compito era sposarsi, procreare, accudire i figli, lavorare in casa, sempre e solo sotto la custodia-tutela del padre all’inizio, del marito una volta sposate. Il matrimonio era un accordo stipulato tra suocero e genero, dove la donna non aveva nessun potere, e di cui non poteva esprimere consenso; il suo trasferimento alla casa del marito, ufficializzava l’unione, la donna cambiava casa e anche padrone, ma mai il suo stato di eterna minore, di “strumento” di procreazione, sottomessa totalmente al potere maschile. Alla donna romana, non spettava sorte migliore, certo non viveva alla stregua di una schiava, ma era dalla nascita sottoposta ad una usanza forse più ingrata: la pubblica esposizione.

Le donne, nella società patriarcale, non potendo combattere, erano ritenute utili al solo fine della procreazione,  tanto che una legge, fin dal tempo di Romolo, obbligava i “patres familias” a riconoscere almeno la prima figlia, ma lasciandoli liberi di esporre, cioè abbandonare tutte le figlie successive o comunque i figli appena nati, nel caso non avessero voluto assumersi l’onere di allevarli, perché illegittimi, malati o deformi; al padre era riconosciuto quindi il diritto di vita e di morte sui propri figli, sancito dalle XII Tavole e abolito formalmente solamente nel corso del II d.c. Come  nella società ellenica, anche in quella romana, il matrimonio era stabilito dai parenti, i due padri procedevano con la rettifica della promessa di matrimonio che dava inizio al fidanzamento sponsalia, e di fatto anche alla donna romana era negata la possibilità di scegliere marito, essa doveva semplicemente accettare le decisioni del padre-tutore, che spesso la dava in moglie a partire dai 12 anni per ragioni economiche coemptio: una vera e propria compravendita della figlia-merce al marito-acquirente. Certo a Roma ci si sposava anche per continuare la discendenza confaerratio sfruttando al massimo le possibilità fertili delle giovani donne, in ogni caso il matrimonio era perfezionato solo all’atto della convivenza, quando la donna si spostava a casa del marito, accettando  che l’uomo diventasse per lei, anche giuridicamente, un nuovo padre, alla cui potestà lei coi suoi figli “voleva” sottomettersi per essere protetta finanziariamente, in cambio il marito vantava su di lei il manus, il diritto di vita o di morte, quando sorpresa in flagrante adulterio o solo quando sospettata di aver bevuto vino. Per conquistare un po’ di libertà ed emancipazione, le donne dovettero aspettare Gaio Giulio Cesare Ottaviano che nel 18 a.c. sancì il matrimonio sine manu, quindi senza tutela maritale, per cui la donna pur rimanendo legata alla tutela della propria famiglia di origine, senza nessuna aspettativa ereditaria dalla famiglia del coniuge, vide abolito ogni potere del marito su di lei. Con il programma demografico dell’imperatore Augusto in nome dell’aumento della prolificità, l’esenzione dalla tutela del marito venne estesa anche alle donne che avessero avuto già tre figli e limitando le possibilità di divorzio a due sole condizioni: la mancanza di materiale convivenza degli sposi e il mancato reciproco consenso a considerarsi marito e moglie, in conseguenza al fatto che ripudio e divorzio in epoca classica, erano possibili in ogni momento anche in assenza di gravi ragioni. Con Augusto la dote, fino a quel momento amministrata dal marito-tutore, venne sottoposta al controllo della donna, riconoscendole il diritto di recuperarla in caso di divorzio oltre alla facoltà di scegliersi un tutore di suo gradimento. Con il diritto al divorzio, la donna romana per la prima volta vede riconosciuti gli stessi diritti dell’uomo e all’antico cliché di figura inferiore e subalterna al maschio, si sostituisce l’immagine di una persona impegnata che rivendica una maggiore libertà, che vuole dedicarsi con maggiore autonomia alle attività economiche e sociali, non più esclusivamente a quelle familiari.

Una vera e propria rivoluzione sociale e culturale che il Cristianesimo sovvertirà, riportando la condizione femminile alla sudditanza maschile, dal medioevo fino alla seconda metà del ’900, concedendo alle donne l’opportunità di “integrare” il lavoro familiare con qualsiasi altra attività di supporto (e a volte anche totale sostegno) del marito e dei figli, ma incentrando il suo ruolo totalmente nella famiglia quale elemento fondamentale nell’organizzazione sociale. Nonostante le trasformazioni che questa ebbe nel corso dei secoli, è solo dopo la metà del ’900 che la famiglia assume diverse forme, essenzialmente tre: la famiglia patriarcale, che caratterizzava la società di tipo preindustriale, costituita da un nucleo allargato a diversi parenti come nonni, zii, cugini, all’interno della quale si svolgevano attività legate all’artigianato o all’agricoltura e in cui tutti i componenti, donne e bambini compresi, erano impegnati; la famiglia nucleare, ossia il modello nella moderna società industriale, costituita dal nucleo essenziale di genitori e figli in cui tutte le attività produttive e i consumi si svolgono fuori l’ambito familiare; e infine le nuove famiglie, quella pluralità di strutture familiari in rapida diffusione, che a partire dagli anni ’60, grazie ai cambiamenti nelle abitudini e nel costume della società, sono nate. Parliamo di famiglie con un solo genitore, di quelle ricostruite con marito o moglie risposati; le famiglie costituite da i singles; le famiglie “di fatto” costituite da conviventi e non ultime le famiglie “arcobaleno”, composte da coppie gay che facendo ricorso alle moderne tecniche di procreazione assistita, decidono di diventare genitori. Questa “trasformazione” oggi conclamata, la si deve in parte all’introduzione del Nuovo diritto di Famiglia del ’75 che ha portato all’esaurimento della figura padre-marito e alla profonda trasformazione della condizione della donna, già in fase di grande cambiamento grazie alla diffusione dell’istruzione e all’ingresso a pieno titolo nel mondo del lavoro, portando la donna alla vera e propria emancipazione e, grazie al femminismo, a rafforzare quel concetto di “uguaglianza” tra i sessi, dimenticato da millenni.

Un’uguaglianza che seppur raggiunta sul piano giuridico, stenta ancora oggi ad esserle riconosciuta sul piano pratico, ma che ha almeno scardinato l’atavico concetto maschile-femminile, non facendolo più coincidere solo con il sesso in senso biologico, ma ricostruendo un modello culturale di interscambio, in cui il loro rapporto non è più rinchiuso nei ruoli tradizionali, né garantito da norme stabili; le relazioni diventano elettive, quelle sentimentali fondate esclusivamente sulla scelta personale.

Una nuova società in cui le donne, sempre più emancipate culturalmente e sempre più autonome, spesso decidono di vivere da sole, di convivere anziché sposarsi, o di legarsi per la vita ad un’altra donna, sgretolando sì il modello di famiglia tradizionale a favore delle nuove famiglie, siano esse quelle “unipersonali”, quelle “di fatto” o quelle “arcobaleno”, ma senza perdere mai la sua vera identità, più che condizione, quella in cui da cinquemila anni si riconosce. Detentrice non solo di vita, ma di idee, di conoscenza, prosperità, intuizioni, coraggio, sensibilità grandi affetti e amore.

In principio era Amonet, la madre del creato. Detentrice dei misteri ancestrali dell’universo.