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martedì 18 dicembre 2018 23:28
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Posted by on mar 11, 2016 in Rubrica "PARLIAMO D'ALTRO" | 0 comments

Prigionieri del Trattato

a cura di Enzo Alfredo Becchetti

Il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership – TTIP) è un trattato di libero scambio tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

L’obiettivo è quello di integrare i due mercati. Ciò renderebbe possibile la libera circolazione delle merci, faciliterebbe il flusso degli investimenti e l’accesso ai rispettivi mercati dei servizi e degli appalti pubblici. Almeno secondo una parte dei promotori. E’ un motivo già sentito.

Il Consiglio per la Cooperazione Regolativa (RCC) è l’organismo chiamato a fissare gli standard transatlantici di libero scambio, rimuovendo le “barriere non tariffarie”, ossia le differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di omologazione, standard applicati ai prodotti, regole sanitarie e fitosanitarie. Che vuole dire: scavalcare di fatto i Parlamenti e le Istituzioni Pubbliche, sottraendo al controllo democratico decisioni fondamentali per i cittadini (sanità, OGM, automobili, banche, assicurazioni, telecomunicazioni e servizi postali, uso di pesticidi, obbligo di etichettatura del cibo, uso del fracking per estrarre il gas, protezione dei brevetti farmaceutici e così via), in ambiti nei quali la normativa europea offre tutele maggiori.

L’Investor-State Dispute Settlement (ISDS) è l’organo di arbitrato internazionale, costituito da arbitri scelti con metodi extragiudiziali, chiamato a decidere sulle controversie fra investitori privati e Paesi aderenti. Praticamente, sono persone scelte tra gli avvocati del commercio internazionale che diventano, a seconda delle circostanze, “consulenti di parte”, oppure dei veri e propri giudici, con buona pace del principio della “terzietà” e dell’indipendenza di giudizio.

Qualche numero
Il trattato coinvolge i 50 stati degli Stati Uniti d’America e le 28 nazioni dell’Unione Europea, per un totale di circa 820 milioni di cittadini. La somma del PIL di Stati Uniti e Unione Europea corrisponde a circa il 45 per cento del PIL mondiale, un terzo del commercio globale (i dati sono del Fondo Monetario Internazionale aggiornati al 2013).

L’accordo potrebbe essere esteso ad altri paesi con cui le due controparti hanno già in vigore accordi di libero scambio, in particolare i Paesi membri della North American Free Trade Agreement (NAFTA) e dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA).

L’accordo è costituito da 24 capitoli suddivisi in 3 parti, i cui testi negoziali sono pubblicati in modo integrale e plurilingue sul sito della Commissione europea, con l’aggiunta di un glossario e di schede informative accompagnatorie costituite da 2 pagine, scritte in linguaggio semplice, al fine di agevolare la comprensione dei contenuti integrali. Dal 2014 sono state avviate delle pubbliche consultazioni online su alcuni temi di rilievo.

Le trattative sul TTIP si sono svolte finora a porte chiuse.

Joseph Stiglitz, Premio Nobel per l’Economia nel 2001, sostiene che l’accordo comporterà una riduzione delle garanzie e una mancanza di tutela dei diritti dei consumatori. Questa trattativa, antepone il mercato e gli interessi privati a quelli della collettività e opera una notevole riduzione degli standard sociali e ambientali.

Molte organizzazioni della società civile statunitensi ed europee hanno deciso di coordinarsi in network nazionali o internazionali (come la Campagna italiana Stop TTIP o l’omonima campagna europea), con l’obiettivo di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sui possibili impatti del trattato transatlantico.

A che punto sono i negoziati
A condurre i colloqui per conto dell’Unione Europea è la Direzione Generale Commercio della Commissione europea diretta da Cecilia Mallström nella nuova commissione Juncker.

Va subito detto che si tratta di negoziati segreti, accessibili solo ai gruppi di tecnici che se ne occupano, al governo degli Stati Uniti e alla Commissione europea. La questione della segretezza è stata e continua a essere uno dei maggiori punti di opposizione al trattato, denunciato da molte e diverse organizzazioni sia negli Stati Uniti che nei Paesi dell’Unione Europea.

Lo scorso 9 ottobre l’UE ha deciso di diffondere ufficialmente un documento di 18 pagine che contiene il suo mandato a negoziare (documento che però circolava online già da qualche mese). Oltre alle direttive della UE ai negoziatori, sono comunque trapelate nel corso del tempo varie bozze, ottenute e pubblicate da alcuni giornali, e che riguardano alcuni singoli contenuti dell’accordo: il settimanale tedesco Zeit ha messo online dei documenti sui servizi e l’e-commerce, lo Huffington Post ha pubblicato dei file sull’energia, il Center for International Enrironmental Law, organizzazione statunitense, degli altri file che riguardano il settore chimico. Da tutti questi documenti messi insieme, si possono ricavare una serie di informazioni importanti che danno, innanzitutto, la misura della complessità della questione.

Nel documento diffuso dalla UE, l’obiettivo dichiarato dell’accordo (piuttosto generico) è “aumentare gli scambi e gli investimenti tra l’UE e gli Stati Uniti realizzando il potenziale inutilizzato di un mercato veramente transatlantico, generando nuove opportunità economiche di creazione di posti di lavoro e di crescita, mediante un maggiore accesso al mercato e una migliore compatibilità normativa e ponendo le basi per norme globali”.

L’accordo dovrebbe agire quindi in tre principali direzioni: aprire una zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, uniformare e semplificare le normative tra le due parti abbattendo le differenze non legate ai dazi (le cosiddette Non-Tariff Barriers, o NTB), migliorare le normative stesse. Detto così, niente di male. Ma, guardando ai singoli contenuti, le cose cambiano. In peggio.

Il documento individua quindi tre principali aree di intervento:
1 – accesso al mercato
2 – ostacoli non tariffari
3 – questioni normative

1 – Accesso al mercato
Riguarda quattro settori: merci, servizi, investimenti e appalti pubblici.

Si prevede l’eliminazione di tutti i dazi sugli scambi bilaterali di mercicon lo scopo comune di raggiungere una sostanziale eliminazione delle tariffe al momento dell’entrata in vigore dell’accordo”. Sono previste misure antidumping – cioè per evitare la vendita di un prodotto sul mercato estero a un prezzo inferiore rispetto a quello di vendita dello stesso prodotto sul mercato di origine – e misure di salvaguardia “che consentano ad una qualsiasi delle parti di rimuovere, in parte o integralmente, le preferenze se l’aumento delle importazioni di un prodotto proveniente dall’altra Parte arreca o minaccia di arrecare un grave pregiudizio alla sua industria nazionale”.

La liberalizzazione riguarda i servizi per “assicurare un trattamento non meno favorevole per lo stabilimento, sul loro territorio, di società, consociate o filiali dell’altra parte di quello accordato alle proprie società, consociate o filiali”. I servizi audiovisivi non sono inclusi. Chissà perché.

La liberalizzazione riguarda anche gli appalti pubblici, per “rafforzare l’accesso reciproco ai mercati degli appalti pubblici a ogni livello amministrativo (nazionale, regionale e locale) e quello dei servizi pubblici, in modo da applicarsi alle attività pertinenti delle imprese operanti in tale campo e garantire un trattamento non meno favorevole di quello riconosciuto ai fornitori stabiliti in loco”. Insomma aziende europee potranno partecipare a gare d’appalto statunitensi e viceversa.

C’è infine un capitolo sugli investimenti e la loro tutela. Qui il negoziato inserisce il meccanismo (ISDS) che consente agli investitori di citare in giudizio i governi presso corti arbitrali internazionali extragiudiziali.

2 – Questioni normative e ostacoli non tariffari
L’obiettivo è “rimuovere gli inutili ostacoli agli scambi e agli investimenti compresi gli ostacoli non tariffari esistenti, mediante meccanismi efficaci ed efficienti, raggiungendo un livello ambizioso di compatibilità normativa in materia di beni e servizi, anche mediante il riconoscimento reciproco, l’armonizzazione e il miglioramento della cooperazione tra autorità di regolamentazione”.

Le barriere non tariffarie sono misure adottate da un mercato per limitare la circolazione di merci. Sono limiti quantitativi, per esempio, come i contingentamenti (che consistono nel fissare quantitativi massimi di determinati beni che possono essere importati) o barriere tecniche e di standard (cioè di regolamento). Un esempio tra quelli più citati dai critici: negli Stati Uniti è permesso somministrare ai bovini sostanze ormonali, nell’UE è vietato.

3 – Norme
L’ultimo punto prevede un miglioramento della compatibilità normativa ponendo le basi per regole globali. È piuttosto generico, ma si dice che sono compresi i diritti di proprietà intellettuale. Si dice poi che vanno favoriti gli scambi “di merci rispettose dell’ambiente e a basse emissioni di carbonio”, che vanno garantiti “controlli efficaci, misure antifrode”, “disposizioni su antitrust, fusioni e aiuti di Stato”. L’accordo deve trattare la questione “dei monopoli di stato, delle imprese di proprietà dello stato e delle imprese cui sono stati concessi diritti speciali o esclusivi”, e le questioni “dell’energia e delle materie prime connesse al commercio”. L’accordo deve includere “disposizioni sugli aspetti connessi al commercio che interessano le piccole e medie imprese” e deve contemplare disposizioni sulla liberalizzazione totale dei pagamenti correnti e dei movimenti di capitali.

Si avrebbero, infine, dei benefici derivanti dalla semplificazione burocratica e dalle regolamentazioni: ridurrebbe sia i costi delle ispezioni che quelli delle attività economiche che operano nei due mercati, facilitando il compito di rispettare contemporaneamente le due normative. L’Unione Europea ha fatto questo esempio sulla sicurezza delle automobili: la regolamentazione in materia di sicurezza dei veicoli applicata negli Stati Uniti differisce da quella applicata nell’Unione europea, anche se il risultato finale in termini di livelli di sicurezza è, in pratica, equivalente. La Commissione si augura che, grazie al TTIP, le autorità di regolamentazione riconoscano formalmente la sostanziale coincidenza di importanti parti dei due sistemi di regolamentazione dal punto di vista della sicurezza. L’Unione europea e gli Stati Uniti impongono requisiti di sicurezza differenti, eppure simili, per quanto riguarda i fari, le serrature delle portiere, i freni, lo sterzo, i sedili, le cinture di sicurezza e gli alzacristalli elettrici. In molti casi, si potrebbe riconoscere formalmente che tali requisiti offrono il medesimo livello di sicurezza.

Chi critica l’accordo
Vari soggetti si oppongono all’accordo: si va dall’organizzazione internazionale Attac a una rete di associazioni (compresa Slow Food) di vari Paesi europei e statunitensi, fino a studiosi ed economisti vari. Il principale e più citato studio sui benefici dell’accordo è del Center for Economic Policy Research di Londra, non considerato credibile perché finanziato anche da grandi banche internazionali. I critici sostengono che le cifre sull’impatto dell’accordo sarebbero previste solo per il 2027 e che, comunque, sono troppe le variabili non considerate per poter fare una stima affidabile.

Ci sono poi critiche più sostanziali. Lori Wallach, direttrice di Public Citizen – associazione con sede a Washington – ha spiegato in dieci punti i possibili rischi del trattato per gli Stati Uniti: farmaci meno affidabili, aumento della dipendenza dal petrolio, perdita di posti di lavoro per la scomparsa delle norme sulla preferenza nazionale in materia di forniture pubbliche, assoggettamento degli Stati a un diritto fatto su misura per le multinazionali, e così via. Operazione condivisa dalla Confédération générale du travail, una Confederazione sindacale francese. Il punto principale di entrambe le analisi è, comunque, che l’armonizzazione delle norme sarebbe fatta al ribasso, a vantaggio non dei consumatori ma delle grandi aziende. Queste sono le critiche più diffuse:

  1. I paesi dell’UE hanno adottato le normative dell’Organizzazione dell’ONU che si occupa di lavoro (l’ILO), gli Stati Uniti hanno ratificato solo due delle otto norme fondamentali. Quindi, si rischierebbe di ledere i diritti fondamentali dei lavoratori da questo lato dell’Atlantico;
  2. L’eliminazione delle barriere che frenano i flussi di merci renderà più facile, per le imprese, scegliere dove localizzare la produzione in funzione dei costi, in particolare di quelli sociali. Al dumping sulle merci si sostituisce il dumping sociale;
  3. L’agricoltura europea, frammentata in milioni di piccole aziende, finirebbe per entrare in crisi se non venisse più protetta dai dazi doganali, soprattutto se venisse dato il via libera alle colture OGM;
  4. Il trattato avrebbe conseguenze negative anche per le piccole e medie imprese, e in generale per le imprese che non sono multinazionali e che, con le multinazionali, non potrebbero reggere la concorrenza.
  5. Ci sarebbero anche rischi per i consumatori, perché i principi su cui sono basate le leggi europee sono diverse da quelli degli Stati Uniti. In Europa vige il principio di precauzione (l’immissione sul mercato di un prodotto avviene dopo una valutazione dei rischi), mentre negli Stati Uniti per una serie di prodotti si procede al contrario: la valutazione viene fatta in un secondo momento ed è accompagnata dalla garanzia di presa in carico delle conseguenze di eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (possibilità di ricorso collettivo o class action, indennizzazione monetaria). Oltre alla questione degli OGM, questa critica viene sollevata relativamente all’uso di pesticidi, all’obbligo di etichettatura del cibo, all’uso del fracking per estrarre il gas e alla protezione dei brevetti farmaceutici, ambiti nei quali la normativa europea offre tutele maggiori;
  6. I negoziati sono orientati alla privatizzazione dei servizi pubblici, quindi secondo i critici si rischia la loro scomparsa progressiva. Sarebbe a rischio il welfare e interi settori, come l’acqua, l’elettricità, l’educazione e la salute, sarebbero esposti alla libera concorrenza;
  7. Le disposizioni a protezione della proprietà intellettuale e industriale, attualmente oggetto di negoziati, potrebbero minacciare la libertà di espressione su internet o privare gli autori della libertà di scelta in merito alla diffusione delle loro opere. Si ripresenterebbe, insomma, la questione dell’ACTA, il controverso accordo commerciale su contraffazione, pirateria, copyright, la cui ratifica è stata respinta il 4 luglio 2012 dal Parlamento Europeo.

Infine, le multinazionali
Una delle questioni più controverse riguarda la clausola ISDS, contestata anche da parte di alcuni governi, innanzitutto quello tedesco. Prevede la possibilità per gli investitori di ricorrere a tribunali terzi in caso di violazione, da parte dello Stato destinatario dell’investimento estero, delle norme di diritto internazionale in materia di investimenti. Ci sono già molti casi a riguardo: nel 2012 il gruppo Veolia ha fatto causa all’Egitto, perché la nuova legge sul lavoro contravveniva agli impegni presi in un accordo (firmato) per lo smaltimento dei rifiuti; nel 2010 e nel 2011 Philip Morris ha utilizzato questo meccanismo contro l’Uruguay e l’Australia e le loro campagne anti-fumo; nel 2009 il gruppo svedese Vattenfall ha citato in giudizio il governo tedesco chiedendo 1,4 miliardi di euro contro la decisione di abbandonare l’energia nucleare.

Le aziende, dice chi critica la clausola, potrebbero opporsi alle politiche sanitarie, ambientali, di regolamentazione della finanza o altro attivate nei singoli Paesi, reclamando interessi davanti a tribunali terzi, qualora la legislazione riducesse la loro azione e i loro futuri profitti.

Il Ttip unisce, aggravandoli, gli elementi più nefasti degli accordi conclusi in passato. Se dovesse entrare in vigore, i privilegi delle multinazionali avrebbero forza di legge e legherebbero completamente le mani dei governanti. L’azione politica degli eletti si limiterà a negoziare le briciole di sovranità che le Multinazionali vorranno concedere loro.

È già stipulato che i Paesi firmatari assicureranno la “messa in conformità delle loro leggi, dei loro regolamenti e delle loro procedure” con le disposizioni del Trattato. Non vi è dubbio che essi vigileranno scrupolosamente per onorare tale impegno. In caso contrario, potranno essere l’oggetto di denunce davanti a uno dei tribunali appositamente creati per arbitrare i litigi tra investitori e Stati, e dotati del potere di emettere sanzioni commerciali contro questi ultimi. L’idea può sembrare inverosimile, ma si manifesta nella filosofia dei trattati commerciali già in vigore. Lo scorso anno, l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), ha condannato gli Stati uniti per le loro scatole di tonno etichettate “senza pericolo per i delfini”, per l’indicazione del paese d’origine sulle carni importate, e ancora per il divieto del tabacco aromatizzato alla caramella, dal momento che tali misure di tutela sono state considerate degli “ostacoli al libero scambio”. Il Wto ha inflitto anche all’Unione Europea delle penalità di diverse centinaia di milioni di euro per il suo rifiuto di importare organismi geneticamente modificati (Ogm).

Cosa fare?

A ottobre 2015 sono bastate poche settimane per raggiungere 3 milioni di firme.

Al link http://www.progressi.org/fuorittip e con l’hashtag #fuorittip, la Campagna Stop TTIP Italia chiede a tutti i cittadini preoccupati per l’impatto del trattato transatlantico, di sottoscrivere questa petizione e di farla girare il più possibile.