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lunedì 21 agosto 2017 15:49
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Posted by on ott 21, 2016 in Articoli | 0 comments

Le donne polacche ce l’hanno fatta!

di Giulietta Rovera

Alla fine, le donne polacche ce l’hanno fatta: il 6 ottobre, bon gré mal gré, i parlamentari polacchi hanno respinto il progetto di legge che vietava il diritto all’aborto, pena 5 anni di carcere senza eccezioni.

Il 23 settembre, 267 deputati su 460 avevano votano a favore del disegno di legge di iniziativa popolare promosso dalla maggioranza assoluta del partito conservatore Diritto e giustizia (Pis) del leader Jaroslaw Kaczynski, appoggiato da gruppi religiosi cattolici e dalla Conferenza episcopale polacca.

E dal 23 settembre, in tutta la Polonia si assiste ad un fenomeno di portata e risonanza internazionale superiori a qualsiasi aspettativa. Per impedire la definitiva approvazione della legge, il movimento Czarny Protest, proteste in nero, riversa per le strade di Varsavia come di Cracovia, di Breslavia come di Danzica migliaia e migliaia di donne vestite a lutto a sottolineare la possibile perdita dei loro diritti e della loro libertà.

Ma le donne polacche non si limitano ad una marcia silenziosa: il 3 ottobre indicono uno “sciopero totale” in tutto il Paese, il che in parole povere vuol dire: non andare al lavoro, non andare all’università, astenersi dalla cura dei bambini e dalle faccende domestiche. A macchia d’olio, la “protesta nera” si estende in altri Paesi d’Europa per dimostrare con cartelli, manifesti e striscioni, solidarietà alle donne polacche.

Attualmente, la Polonia, insieme alla Repubblica Irlandese e all’Irlanda del Nord (dove l’aborto è punito anche con l’ergastolo) è tra i Paesi con le leggi più restrittive in tema di aborto. Le donne, infatti, stando alla legge del 1993, possono abortire entro la dodicesima settimana solo in caso di stupro (se il colpevole ha confermato la violenza), di malformazione del feto, incesto o pericolo per la vita della madre.

Lo “sciopero totale” delle donne polacche del 3 ottobre ha precedenti in altri Paesi europei. Il 24 ottobre del 1975, le islandesi proclamarono il kvennafrì, ovvero giorno libero delle donne: il 90 % si astennero dal lavoro e si riversarono per le strade invocando parità di trattamento e di salario. E gli uomini furono costretti a cucinare, a rimanere a casa a guardare i figlioletti o a portarseli in ufficio; gli asili e le scuole furono chiusi, idem i negozi, mentre le industrie si trovarono a dover fronteggiare difficoltà insormontabili. L’Islanda fu paralizzata, e toccò per la prima volta con mano l’importanza che aveva ormai assunto il contributo delle donne nella società. Cinque anni dopo una mamma single, Vigdis Finnbogadottir, diventava il primo presidente donna in Europa.

Nel dicembre del 2013, il primo ministro spagnolo Rajoy tentò una mossa analoga a quella del governo conservatore polacco, presentando il disegno di legge del ministro della Giustizia Albert Ruiz Gallardon tendente a limitare l’aborto ai soli casi di stupro o salvaguardia della salute fisica o psichica della madre, eliminando in tal modo la legge di Zapatero. Il tentativo fallì solo in virtù della reazione delle donne spagnole, che organizzatesi nel movimento IO Decido, inscenarono tali proteste che Rajoy fu costretto a fare marcia indietro.

Ma in questo mese di ottobre le donne hanno voluto dimostrare al mondo intero con un gesto clamoroso di non occuparsi soltanto di problemi attinenti al proprio corpo o al proprio salario. Verso la fine di settembre salpava da Barcellona la Zaytouna-Oliva, un’imbarcazione da diporto con 13 donne disarmate a bordo in rappresentanza di 13 nazioni. La missione è organizzata dal Women’s Boat to Gaza della Fredoom Flotilla, una convenzione internazionale di volontari che ha il solo scopo di richiamare l’attenzione sul blocco marittimo illegale (Articolo 41 della Carta dell’ONU) imposto da Israele alla Striscia di Gaza nel 2007: blocco che isola di fatto in una prigione a cielo aperto due milioni di civili palestinesi – uomini, donne e bambini – sul quale la comunità internazionale ha calato un velo di silenzio.

Oltre a Madeleine Habit, già capitano di Greenpeace, che comanda la spedizione, a bordo un equipaggio tutto femminile, fra cui l’irlandese Mairead Maguire, premio Nobel per la pace, parlamentari,un’ atleta olimpionica, due giornaliste della tv al Jazeera, ex  diplomatiche. 

Alle 17,10 del 6 ottobre i soldati della marina israeliana intercettano la Zaytouna a 35 miglia dalle coste di Gaza. Pur essendo l’imbarcazione in acque internazionali, la costringono a fermarsi, poi salgono a bordo e la dirottano nel porto di Ashdod. I rappresentanti di Freedom Flottilla protestano, affermando che l’imbarcazione “non era diretta in Israele, bensì a Gaza – Palestina: il percorso previsto era tutto in acque internazionali, per poi arrivare direttamente alle acque di Gaza, senza toccare le acque israeliane e senza avvicinarsi alle coste di Israele. Si trattava semplicemente di una azione pacifica che non costituisce alcun pericolo per Israele: è una normale barca da diporto che non trasporta nessun materiale pericoloso né attrezzature atte all’offesa, ma solo 13 donne e il loro messaggio di fratellanza e solidarietà.”

Le 13 donne vengono costrette a sbarcare in Israele, arrestate e dopo un soggiorno lampo nella prigione di Givon a Ramle, espulse per “ingresso illegale” nel Paese, dove in realtà erano state portate contro la loro volontà. Tutte sembrano decise, una volta rientrate in patria, a denunciare come “atto di pirateria” quello compiuto da Israele.