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martedì 18 dicembre 2018 23:26
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Posted by on nov 14, 2016 in Articoli Vari, Rubrica "IL GRIDO E IL SUSSURRO" | 0 comments

Onur Behramoğlu

IL GRIDO E IL SUSSURRO, l’angolo della poesia contemporanea internazionale

a cura di Zingonia Zingone

La poesia è sussurro divino e urlo che si alza dalle viscere dell’uomo. È rigorosa ricerca della verità. Un linguaggio universale che spinge il lettore a spogliarsi del superfluo e penetrare in sé, in quello spazio interiore dove non esistono barriere e ciascuno è battito di un battito più forte.

Il grido e il sussurro propone un viaggio attraverso le parole e i gesti del mondo. Ogni mese un poeta, un messaggio, uno spunto di riflessione.

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10710707_733646816709661_4756184210187378523_nPer il poeta turco Onur Behramoğlu la poesia non è un’espressione letteraria bensì un atto di ribellione. Per questo motivo, il poeta non cerca il consenso dei critici e non partecipa a premi letterari. Il Prof. Giampiero Bellingeri, noto turcologo e traduttore delle poesie di seguito riportate, coglie il pensiero del Behramoğlu e lo interpreta con queste parole: “Quella del poeta, inscritta in questi suoi versi, è la scelta di stare ancora con i più deboli, in lotta. La scelta espressiva, il tono, sono i segni di una dinamica immaginativa, che avvicina l’autore al racconto tremendo del cantastorie curdo. Con lo stesso vigore, egli supera le barriere del nazionalismo, nella disperazione del conflitto rovinoso. Di qui i versi, che suonano come strisce di pelle stappata, lacerata dal corpo. Versi e righe che vogliono incarnarsi nella pelle.”

Nonostante ciò, siamo di fronte a un’espressione poetica nostalgica e armoniosa che nella traduzione non perde né ritmo né incanto. Lo stile è contemporaneo, con una metrica che risponde unicamente alle esigenze dell’autore. La forza del poeta è viscerale, ma si accompagna di scelte precise e ben meditate come quella di non utilizzare mai le lettere maiuscole per mantenersi nell’umiltà del suo messaggio di lotta edificante: ma io non a disfare, no, / bensì a rifare son venuto.

Il poeta Onur Behramoğlu (Turchia) è nato a Istanbul nel 1975. Ha un master in Scienze politiche e Relazioni internazionali e ha lavorato come manager nel settore bancario e in aziende private. È un attivo promotore di poesia e letteratura: contribuisce a progetti letterari, è conferenziere presso università e centri culturali, tiene laboratori di poesia e letteratura presso accademie private, da consulenza in ambito cinematografico e teatrale, è membro del comitato organizzativo di svariati festival internazionali di poesia. Alcuni suoi componimenti sono stati tradotti in inglese, tedesco, russo, ebraico, azerbaijano, cinese, italiano e danese. La sua seconda raccolta di poesie è stata pubblicata in Bulgaria con il patrocinio di TEDA (un progetto del Ministero di Cultura e Turismo della Turchia). Ha partecipato a presitgiosi incontri di poesia a livello internazionale. È colonnista del quotidiano ‘Birgün’. Titoli di poesia pubblicati:  Asit ya da İksir (prima edizione 2006, seconda edizione 2013), Senden Öğrendiğim Şarkılar (2013). Traduzioni: Tanrı Belki Esirger Aşkı Amichai, (2016). Ha anche pubblicato epistolari e saggi.

 

 

 (Traduzioni dal turco di Giampiero Bellingeri)

 

oysa ben

 

ve çok korkuyorlardı

 

oysa ben yıkmaya değil

tamamlamaya geldim

 

yaralı, kanıyorlardı

yoksundular karşılıksız sevmekten

adanmaktan savrulmaktan esmekten

kumrular gelmez olmuş pencerelere

deniz kokmuyor şehir, ağaç gölge vermiyor

oyuncaklar çocuksuzluktan hüzünlenirken

tekinsizdi sözlerim döndüler içlerine

oysa ben yıkmaya değil

tamamlamaya geldim

 

kaybetmiş, arıyorlardı

habersiz yürekleri 

ırmaklardan çağlayandan sellerden

gölgelendi yüzleri burkulup bulanıyor

amansız girdapta sürüklenirken

düşman askeri gibi baktılar gözlerime

oysa ben yıkmaya değil

tamamlamaya geldim

 

tedirgin, ürküyorlardı

ödevlerden karneden sınıfları geçmekten

kırık bir kuklaya nasıl benziyor

duruşları rollerini oynarken

su içirdim avucumdan vurdular ellerime

oysa ben yıkmaya değil 

tamamlamaya geldim

 

saate bakıyorlardı

çaylarını içerken konuşurken susarken

çiçekleri sularken sevişirken ölürken

hani çarpıntısı? yürekleri atmıyor

bebekler, filizi sevdaların, isyan gibi doğarken

tel örgüler çektiler ıssız siperlerine

oysa ben yıkmaya değil

tamamlamaya geldim

 

yıkmaya değil 

tamamlamaya;

sancıyan yerlere, sarısı ayçiçeğinin

kan kaybına, ağaran tanyeri kızılıyla

mahşeri yalnızlığa, sağanak yağmurlar

umarsız ağrılara, kartalın çalımıyla

çırpınan babalara, kızlarının kokusu

analara, oğulların delikanlı yanıyla

solan ekinlere, fışkıran başaklar

yasaklara, ilk öpüşün ağızdaki balıyla;

tutuştum ışıldadım

tutuşturmak için sönmekte olanları

açların çıplakların yalımıyla

tamamlamaya geldim

karanlıkla dalaşan meşaleleri

 

 

ma io

e quanto avevano paura

 

ma io non a disfare, no,

bensì a rifare son venuto

 

feriti, sanguinavano

erano spogli per quell’amare incorrisposto

per quel votarsi effondersi soffiare

non più le tortore alle finestre loro

non sa di mare la città, l’albero d’ombra non ne dà

i giochi erano tristi per la mancanza di bambini

e le parole mie tornarono a se stesse, non credute

ma io non a disfare, no,

bensì a rifare son venuto

 

perduti, li cercavano

i cuori loro ignari

di fiumi di cascate inondazioni

messi nell’ombra i volti loro contraffatti intorbiditi

trascinati nel vortice spietato

come soldati del nemico mi guardarono negli occhi

ma io non a disfare, no,

bensì a rifare son venuto

 

tesi, atterriti

da compiti pagelle promozioni

come somiglia ad un pupazzo rotto

quell’atteggiarsi a interpretare i ruoli loro

bevevo l’acqua dal mio palmo hanno picchiato le mie mani

ma io non a disfare, no,

bensì a rifare son venuto

 

l’ora guardavano

bevendo il tè parlando e nel silenzio

bagnando i fiori amando e nella morte

e del battito, che è? Non batte il cuore loro

i bambini,  germoglio alle passioni, nascendo come la rivolta

fili a treccia hanno ben teso ai loro ripari desolati

ma io non a disfare, no,

bensì a rifare son venuto

 

non a disfare, no,

bensì a rifare;

ai punti più dolenti, alla perdita del sangue di un girasole giallo

al finimondo della solitudine nel rosso all’alba che si sbianca

piogge a torrenti alle pene disperate, ai padri dibattuti

nel piglio con cui l’aquila ghermisce,

alle madri l’odore delle figlie, ai raccolti avvizziti

nell’immaturità dei figli, ai divieti lo zampillo delle spighe

con il miele del primo bacio in bocca

ho preso fuoco ho emesso vampe

ad infiammare chi si spegneva senza ardore

con la stima e con lo slancio degli affamati e scalzi

a rifare son venuto

nell’azzuffarsi delle torce fra le tenebre

 

aslolan

 

durgun sulardan zehir bekle yalnız

                                                               william blake

 

sanki sebepsiz gibi duran

ama derin bir hüzün saklı

bakarken ürperdiğimiz

sonbahar çıplaklığında

 

nedir o dünde kalan

bendeki senden farklı

adına geçmiş dediğimiz

zaman tutsaklığında

 

şarap gibi yıllanan

ruhun yarayla kaplı

dağılıp kayboldu sis

onun ataklığında

 

sırrı acıda bulan

bilge şairler haklı

zehirdir biriktirdiğimiz

huzur kuraklığında

 

yürümektir aslolan

asi huysuz meraklı

geçerken değdiğimiz

her yer aşk sıcaklığında

 

 

nell’essenza

                                             dalle acque morte solo veleno aspetta

william blake

fermo, diresti senza una ragione

eppure in fondo una tristezza sta nascosta

in quella nudità d’autunno spoglio

che i brividi ci dà solo a guardarla

 

dentro quel giorno, che cosa è mai rimasto

diverso in me da quello in te

e che passato  usiamo noi chiamarlo

tenuto prigioniero dentro al tempo

 

lo spirito a te invecchia come il vino

ed è fasciato tutto di ferite

si è sparsa ed è dispersa quella nebbia

nell’irruenza sua propria

 

nel giusto sono i poeti saggi

che nella pena trovano il segreto

veleno è tutto quanto raccogliamo

in siccità di benessere e di agio

 

è un camminare in sé ribelle

un malumore, scontroso eppur curioso

e di passaggio ciascun posto  noi

nel caldo lo sfioriamo dell’amore.

 

kenz-i mahfi ya da hiç

 

ben hüzünlerin peygamberiyim

                                                    hz. muhammed

 

aynaya her bakışım

dayak yemiş bir çocuğu kucağıma düşürür

hüzün

değdiğim yerlerde depreşmektedir

 

ya tanrıyım ben ya da hiç kimseyim

 

sığamam giysilere her daim boy atmaktayım

parçalıyorum biçilen kaftanları

bağrımda dünyanın tüm mezarları

servilerle öpüşmektedir

 

yurdum yok sürgündeyim

 

notalarına ayırıyorum senfonileri

anlamlarını bozmak

yeni izlerle donatmak için belki

yaralı kalbini dinliyorum sevdiğimin

minörler majörlerle dövüşmektedir

 

kan revan içindeyim

 

yaşamaya geldim ders almaya değil

sevdalandım ölüme bir tek o uzlaşmıyor

gerisi gözümden düşmektedir

 

kaçtım cennetinizden, cehennemdeyim

 

bir sabah

sadece kendim için keserek sakalımı

ölümü yenercesine pırıl pırıl tıraşımla

gelip şah damarınızdan yakalayacağım

fısıldayacağım kulağınıza

kays’a mahfi mecnun’a malum olanı

paçavra gibi ucundan tuttuğunuz yaşamı

gövdenizden çekip alacağım 

sıktıkça boğulduğunuz

boyunbağlarınızdan asacağım

 

belki aleladeyim belki de mucizeyim

 

 

il tesoro nascosto, o nulla

                                                                                            io sono l’inviato delle tristezze

(il profeta muhammed)

ogni mio sguardo nello specchio

mi fa cadere fra le braccia un bimbo bastonato

la tristezza

ricade dentro i posti che io tocco

 

o io son dio, o son nessuno

 

non so infilarmi nei vestiti la mia è una crescita incessante

strappo i caftani tagliati su misura

in petto a me i cimiteri tutti al mondo

è un bacio che si danno coi cipressi

 

patria non ho sono in esilio

 

le sinfonie distinguo a seconda delle note

a infrangerle nel senso

a corredarle  di tracce nuove forse

ascolto il cuore lacerato di chi amo

di minori e di maggiori è una battaglia

 

sono nel sangue che fluisce

 

sono venuto a vivere e non a prendere lezioni

mi sono appassionato della morte, lei sola non si accorda

il resto mi cade giù dall’occhio

 

sono scappato dal vostro paradiso, sono all’inferno

 

una mattina

solo per me radendomi la barba

con quel mio radermi brillante, come a sconfiggere la morte

verrò a pigliarvi dalla vostra arteria giugulare

bisbiglierò alle vostre orecchie

ciò che per kays è arcano e per mecnun è noto

quell’esistenza che da uno spigolo tenete quasi fosse un cencio

vi tirerò fuori dal corpo

vi impiccherò coi tendini del collo

a soffocarvi più si stringe

 

forse banale sono, forse un prodigio

 

 

onur-behramoc49flu

bizi ayıran nehirler

diyarbakır cezaevi mezbaha no: 5

bir varmış bir yokmuş en soğuk gezegenmiş vatan

hikâyesini gece anlatır dengbej

ağlarsın etler dökülür yanaklarından

tükürükle toprakla onarırsın 

darmadağın yüzünü 

çünkü elin sert bir parıltı

ve durmaksızın ateeeş

kötü sarılmış cıgaralara

 

                de lori de lori de lori

                yurttaş annem yurtsuz annem yurt annem

 

hava ıslak ve nemli

dünyayla sevişmişim gibi

postalım uçtu gördüm 

ayağım içinde kaldı

yüküm de sırtımdaydı

vurulduğumda

her gün değişir ormanın rengi

her canlı ölümü tadarmış

üstelik on taksit avantajıyla

 

                        paspasın altından anahtarı

                      alsın annem yoksul annem yokannem

 

yan yana uzanıyoruz

ya çok geç

ya çok erken

asyalı gövdemizi ovup

en yırtıcı kuşun tüyüyle

kalbe dikişler atıyoruz

bir çocuk nasıl öpülürse öyle

ardımız taş fırtınası önümüz zifir

bizi ayıran nehir

ürküyor kendi sesinden

 

kırık pencerede

sararmış gazete kâğıdının

hışırtısı

 

çamurda

taze nal izleri

 

i fiumi che ci staccano nel mezzo

 

diyarbakìr prigione il mattatoio 5

c’era una volta c’era che la patria era il satellite più freddo

la storia la racconta nella notte il cantastorie curdo

che la pelle ti si stacca dalle guance

il volto tuo disfatto con lo sputo e con la terra

te lo aggiusti

perché la mano tua  è un lampo secco

e senza sosta fuoco

a sigarette avvolte male

 

   de lori de lori de lori 

compatriota la mia mamma senza patria la mia mamma patria mamma

 

aria bagnata e umida

come aver fatto l’amore con il mondo

ho visto il mio stivale volar via

ma ci è rimasto il piede dentro

lo zaino ce l’avevo sulle spalle

quando mi hanno   centrato con un colpo

cambia ogni giorno il colore alla foresta

ogni essere vivente deve assaggiar la morte pare

per giunta in dieci rate

 

la chiave di sotto allo zerbino

la prenda la mia mamma la mamma che non c’è povera mamma

 

ci distendiamo fianco a fianco

o tanto tardi

o molto presto

si sfrega il nostro corpo asiatico

con le piume dell’uccello più rapace

noi rammendiamo il cuore a strappi

tal quale ad un bambino si dà un bacio

alle spalle è di pietre la tempesta davanti sta la tenebra

il fiume che ci separa

al proprio suono si atterrisce

 

alla finestra rotta

il fruscio

di un foglio di giornale ingiallito

 

nel fango

le tracce fresche di ferri di cavallo.