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martedì 18 dicembre 2018 23:25
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Posted by on feb 6, 2017 in Articoli Vari, Rubrica "IL GRIDO E IL SUSSURRO" | 0 comments

Tishani Doshi

IL GRIDO E IL SUSSURRO, l’angolo della poesia contemporanea internazionale

a cura di Zingonia Zingone

La poesia è sussurro divino e urlo che si alza dalle viscere dell’uomo. È rigorosa ricerca della verità. Un linguaggio universale che spinge il lettore a spogliarsi del superfluo e penetrare in sé, in quello spazio interiore dove non esistono barriere e ciascuno è battito di un battito più forte.

Il grido e il sussurro propone un viaggio attraverso le parole e i gesti del mondo. Ogni mese un poeta, un messaggio, uno spunto di riflessione.

/—/

Anni fa ad un laboratorio di poesia, Davide Rondoni spiegava ai ragazzi che la poesia è come la danza. Nel senso che ci vuole tanto lavoro, a volte doloroso, per raggiungere l’equilibrio perfetto dove l’armonia – ritmo e movimento – e la tensione riescono a trasmettere un’emozione tale da agire con potenza sui sensi del recettore (spettatore o lettore).

Le poesie di Tishani Doshi mi hanno riportato in mente quelle parole, confermandole non solo da un punto di vista teorico ma anche attraverso l’esperienza di vita della poetessa. Infatti, ho appreso che è stata un’inaspettata carriera da prima ballerina, nata dall’incontro con una singolare coreografa indiana, a far scoprire alla Doshi un nuovo rigore. Un’esattezza nei movimenti del corpo che lei ha saputo in seguito riversare sulla poesia. Sulla fisicità delle parole. Da ciò deriva quel movimento sillabico capace di tenere in equilibrio ogni parola e che dà struttura a un pensiero vivace, ironico e spesso critico. A una dimensione del tempo e dello spazio che lascia intravedere barlumi di trascendenza: In principio noi siamo creature monocellulari – cieche, selvaggiamente incompetenti, che a zampate si dimenano per le acque buie. Ma la Doshi non si limita ad osservare il buio che ci circonda, penetra nelle ferite che la società infligge, soprattutto alle donne, e con un grazioso sorriso sulle labbra – riga dopo riga – canta senza paura la verità. Fino in fondo. Con la lama che è propria dei giornalisti e la scioltezza che conoscono i narratori.

La lingua scelta è l’inglese. Lo scenario è il mondo. I suoi sono versi dettati da un vento cosmopolita, come fosse un veliero che naviga nell’immenso senza frontiere. Tuttavia, affiorano qua e là le sue radici di un meridione indiano portato con orgoglio sui palcoscenci della danza mondiale e consegnato in declamazione da splendidi sari di seta colorata. Per concludere, delle poesie di Tishani Doshi possiamo dire che lo schiaffo ben dato incanta, la nudità del dolore intenerisce e l’insieme ci ricorda che la bellezza è ancora possibile.

 

 

Tishani Doshi

Tishani Doshi

TISHANI DOSHI (India) è nata nel 1975 nell’allora città di Madras, da madre gallese e padre del Gujarat. Ha studiato presso la Johns Hopkins University dove ha ottenuto un Master in Scrittura. Prima del suo rientro in India nel 2001, ha lavorato a Londra nel settore pubblicitario. All’età di 26 anni, l’incontro con la leggendaria coreografa Chandralekha l’ha portata a intraprendere una inaspettata carriera nella danza, come prima ballerina della compagnia di Chandralekha. Nel 2006 la sua raccolta intitolata Countries of the Body (I paesi del corpo) ha vinto il Forward Poetry Prize come migliore opera prima. Ha anche ricevuto il riconoscimento Eric Gregory Award ed è stata vincitrice della “gara poetica” All-India Poetry Competition. Da allora, tra raccolte e romanzi ha pubblicato cinque libriAttualmente vive in una località marittima nel Tamil Nadu.

 

 

 

(Traduzioni di Carlo Pizzati)

 

Contratto

 

Caro Lettore,

acconsento a rivoltarmi la pelle.

A reinventare ogni parola persa, a lucidare,

rubare, fare quel che devo

per riuscire a bruciarti i polmoni.

Rinuncerò alla felicità,

mi pugnalerò ripetutamente,

e infilerò la testa dentro a innumerevoli forni.

Svanirò all’indietro nel futuro

e ti dirò quello che vedo.

Se è deprimente, mentirò

così che tu possa vivere

rapito dalla meraviglia.

Se è miracoloso, invierò

messaggi nei tuoi sogni,

e scintilleranno

come una casetta argentata nei boschi

soffocata dai rampicanti del cereo notturno.

Non mi uccidere, Lettore.

Questa nuca ha lavorato per anni

per resistere alla scure.

Questo corpo, per quanto inadeguato,

ha perso così tante membra nelle guerre, così tanti

occhi e cuori nelle storie d’amore. Ma amami,

e ti seguirò ovunque –

fino agli angoli polverosi dell’infanzia,

fino a ogni sconfitta e resurrezione.

Fino a quando la tua pelle diventerà la mia pelle.

Lascia che diventiamo gemelli, il tuo sangue e il mio

che si rincorrono

come il tuono e il lampo.

E quando poggi la tua morbida testa

per dormire, caro Lettore,

prometto che sarò sempre lì,

a mormorare nelle segrete

dei tuoi canali uditivi –

una zanzara immortale,

che ti spinge verso la furia,

verso l’incandescenza.

 

Contract 

Dear Reader,

I agree to turn my skin inside out.

To reinvent every lost word, to burnish, 

to steal, to do what I must

 

in order to singe your lungs.

 

I will forgo happiness,

 

stab myself repeatedly,

and lower my head into countless ovens. 

I will fade backwards into the future

 

and tell you what I see.

 

If it is bleak, I will lie

so that you may live

seized with wonder.

If it is miraculous, I will

send messages in your dreams,

and they will flicker

as a silvered cottage in the woods 

choked with vines of moonflower.

 

Don’t kill me, Reader.

This neck has been working for years

 

to harden itself against the axe.

 

This body, meagre as it is,

 

has lost so many limbs to wars, so many 

eyes and hearts to romance. But love me, 

and I will follow you everywhere –

 

to the dusty corners of childhood,

 

to every downfall and resurrection.

 

Till your skin becomes my skin.

Let us be twins, our blood

thumping after each other

 

like thunder and lightning.

And when you put your soft head

down to rest, dear Reader,

 

I promise to always be there, 

humming in the dungeons 

of your auditory canals – 

an immortal mosquito, 

hastening you towards fury, 

towards incandescence. 

 

Tishani phrase

Tishani phrase

Le Ragazze Stanno Uscendo dai Boschi

 

Le ragazze stanno uscendo dai boschi,

avvolte in mantelli e cappucci,

hanno sbarre di ferro e candele

e moltitudini di cicatrici, raccolte

su ettari di erba prematura e su

autobus, nei templi e nei bar. Le ragazze

stanno uscendo dai boschi

con le mutandine legate sulle labbra,

fanno un tale fracasso, è impossibile

non sentirle. Sta parlando anche il mondo?

Davvero sta chiedendo, Cosa vuol dire

dare a qualcuno il giusto riposo? Le ragazze

stanno uscendo dai boschi, alzando

le loro gambe rotte, su su, colando segreti

da cosce non strette, tutte le bugie

sussurrate da sconosciuti e allenatori

di nuoto, e zii, specialmente zii,

che dicevano che allargarle sarebbe stato lieve

e facile, che hanno messo pallottole nei loro petti

e hanno dato in pasto i loro bei visi al fuoco,

che hanno risucchiato via tutto il fango

dalle loro costole, e hanno decorato

le loro bare con sterpi. Le ragazze stanno uscendo

dai boschi, facendo spazio a terra

per sparpagliare le loro storie. Anche quelle ragazze

trovate morte nei fossi e nei pozzi,

quelle dimenticate nelle soffitte neglette,

e seppellite nei letti del fiume come sedimenti

di un secolo diverso. Sono strisciate

fuori da dietro le tende

dell’infanzia, il peso argento-rosa

dei loro corpi che spinge contro l’acqua,

contro la triste, piumata corrosione

della reminiscenza. Le ragazze stanno uscendo

dai boschi come uccelli che arrivano

nelle finestre mattutine – beccando

e canticchiando, fino a che puoi sentire solo

l’infrangersi dei loro cuori minuscoli

contro il vetro, la brillante disperazione

del suono – frantumando, svanendo.

Le ragazze stanno uscendo dai boschi.

Arrivano. Arrivano.

 

Girls are Coming Out of the Woods 

 

Girls are coming out of the woods, 

wrapped in cloaks and hoods, 

carrying iron bars and candles

 

and a multitude of scars, collected 

on acres of premature grass and city 

buses, in temples and bars. Girls 

are coming out of the woods

 

with panties tied around their lips,

 

making such a noise, it’s impossible

 

to hear. Is the world speaking too?

 

Is it really asking, What does it mean

 

to give someone a proper resting? Girls are 

coming out of the woods, lifting

 

their broken legs high, leaking secrets 

from unfastened thighs, all the lies 

whispered by strangers and swimming 

coaches, and uncles, especially uncles, 

who said spreading would be light

 

and easy, who put bullets in their chests 

and fed their pretty faces to fire,

 

who sucked the mud clean 

              off their ribs, and decorated

 

their coffins with brier. Girls are coming 

out of the woods, clearing the ground

to scatter their stories. Even those girls 

found naked in ditches and wells,

 

those forgotten in neglected attics,

 

and buried in river beds like sediments 

from a different century. They’ve crawled 

their way out from behind curtains

 

of childhood, the silver-pink weight

 

of their bodies pushing against water, 

against the sad, feathered tarnish

 

of remembrance. Girls are coming out 

of the woods the way birds arrive

 

at morning windows – pecking

 

and humming, until all you can hear 

is the smash of their miniscule hearts 

against glass, the bright desperation 

of sound – bashing, disappearing. 

Girls are coming out of the woods. 

They’re coming. They’re coming. 

 

Quella Donna

 

 

Quella donna è di nuovo qui.

Ha trovato il modo di uscire

dal sottoscala.

Per secoli ha pianto

una canzone sugli uomini perduti,

la scomparsa della bellezza,

la disgrazia.

Adesso è di nuovo nel mondo,

laggiù tra le luci del traffico,

all’ombra degli alberi,

che corre dall’estetista

per riparare le crepe sul suo viso.

 

Non diventare quella donna,

disse mia madre.

E intendeva quindi,

non diventare quella donna

che non si sposa

o non fa figli.

Quella donna che apre le gambe,

che viene picchiata, che non riesce a contenere

il suo dolore o l’alcol.

Non diventare quella donna.

 

Ma io e quella donna

abbiamo continuato a muoverci assieme

per anni,

come due uccelli

che volano sul filo della superficie dell’acqua,

sempre vicini alla morbida

pazzia del disfacimento;

l’oscura parte inferiore dei nostri corpi

indistinguibile

dai nostri riflessi.

 

 

That Woman 

 

That woman is here again.

 

She’s found her way out

 

from under the stairs.

 

For centuries she’s been weeping 

a song about lost men, 

the disappearance of beauty, 

                                          disgrace. 

Now she’s back in the world, 

down by the traffic lights,

in the shade of trees, 

hurrying to the parlour 

to fix the crack in her face. 

 

Don’t become that woman, 

my mother said.

 

By which she meant,

 

don’t become that woman 

who doesn’t marry 

                   or bear children.

That woman who spreads her legs, 

who is beaten, who cannot hold 

her grief or her drink.

Don’t become that woman. 

 

But that woman and I

have been moving together 

                                 for years, 

like a pair of birds 

skimming the surface of water, 

always close to the soft

 

madness of coming undone;

 

the dark undersides of our bodies                           

                                  indistinguishable 

from our reflections.

 

La Magia del Piede

 

Pensa alla magia di quel piede

relativamente piccolo, sul quale grava tutt

il tuo peso. È un miracolo, e la danza

è una celebrazione di quel miracolo.

MARTHA  GRAHAM

 

Dopo

quando il tuo corpo

non ti appartiene più

quando è ancora là fuori

nel buio dell’ultima notte

che cerca la sua strada

verso il sublime

quei piedi rampicanti

che leccano contro la spina dorsale

del palcoscenico,

Dopo che le luci

e il brusio dell’applauso

si sono sollevati sulle strade

e infilati

negli appartamenti di sconosciuti

per vivere tra arazzi

e libri di filosofia

come residui,

Dopo tutto questo

non ti sorprendere

di trovarti

di nuovo nella stessa posizione

divaricata sul pavimento della stanza da letto

le gambe allargate a forza

come un portagioielli

i cardini

che cantano odi di gioia

e i piedi

questi piccoli miracoli

che spingono su e poi attorno

finché sono riuniti

come mani

che s’incontrano selvaggiamente

indimenticabilmente.

 

The Magic of the Foot 

 

Think of the magic of that foot,

comparatively small, upon which your

whole weight rests. It’s a miracle, and

the dance is a celebration of that miracle.

MARTHA GRAHAM 

After

when your body

 

no longer belongs to you 

when it’s still out there

 

in last night’s darkness 

seeking its way

 

into the sublime

 

those tendril feet

 

licking against the spine

 

of the stage,

 

After the lights

 

and the thrum of applause 

have lifted into the streets 

and slipped

 

into strangers’ apartments

 

to live between wall hangings 

and philosophy books

like remnants,

 

After all this

don’t be surprised

to find yourself

 

in the same position again 

splayed out on the bedroom floor 

legs prised open

 

like a jewel box

 

the hinges

 

singing odes to joy


and the feet 

those tiny miracles

pushing up and around

until they are joined

like hands

meeting wildly

unforgettably.

 

Poesia d’Amore

 

Alla fine, qualcosa ci farà

allontanare. Vorrei sperare in qualche grande

circostanza – la morte o un cataclisma.

Ma potrebbe anche non essere per niente così.

Potrebbe essere che tu esca

un mattino dopo aver fatto l’amore

per comprare le sigarette, e per non tornare più,

o che io m’innamori di un altro.

Potrebbe essere un lento abbandono all’indifferenza.

Ad ogni modo, dovremo imparare

a sopportare il peso dell’eventualità

che qualcosa ci farà allontanare.

Allora perché non cominciare adesso, mentre la tua testa

riposa come una luna perfetta nel mio grembo

e i cani guaiscono sulla spiaggia?

Perché non strappare il cielo

di questa notte indiana, solo un po’,

così che inizi la caduta? Poiché dopo, incontrandoci

per le strade, dovremo guardare

dall’altra parte, dopo aver gettato

i frammenti negletti del nostro essere insieme

nei cassetti della camera da letto, quando l’odore

dei nostri corpi sta svanendo come la dolce

marcescenza dei gigli – allora come lo chiameremo,

quando non sarà più amore?

 

Love Poem 

Ultimately, we will lose each other

 

to something. I would hope for grand

circumstance – death or disaster.

But it might not be that way at all.

It might be that you walk out

one morning after making love

to buy cigarettes, and never return,

or I fall in love with another man.

It might be a slow drift into indifference.

Either way, we’ll have to learn

to bear the weight of the eventuality

that we will lose each other to something.

So why not begin now, while your head

rests like a perfect moon in my lap,

and the dogs on the beach are howling?

 

Why not reach for the seam in this South Indian

night and tear it, just a little, so the falling

 

can begin? Because later, when we cross

each other on the streets, and are forced

to look away, when we’ve thrown

the disregarded pieces of our togetherness

into bedroom drawers and the smell

of our bodies is disappearing like the sweet

decay of lilies – what will we call it,

when it’s no longer love?

 

Trova i Poeti

 

Sono arrivata in una terra straniera ieri.

Una terra che ha passato dei guai,

(chi non li ha passati, potresti dire?)

Questa terra

con le sue case bianche slavate

e i mari blu, dove tutto è nato,

e dove ora, tutto sembra possa svanire.

Volevo scoprire la verità

su come una grande terra come questa

abbia potuto lasciar sgretolare le colonne antiche

e lasciato scomparire i suonatori d’organetto.

 

Trova i poeti, ha detto il mio amico.

Se vuoi sapere la verità, trova i poeti.

 

Ma, amico, dove si trovano i poeti?

Nei campi da calcio,

sulla riva del mare,

a bere nei bar?

 

Dove abitano i poeti di questi tempi,

e di cosa cantano?

 

Li ho cercati per le strade di Atene,

al mercato delle pulci e alla stazione,

ho pensato che uno di essi forse mi ha venduto un paio di sandali.

 

Ma non mi ha parlato di poesia,

 

solo delle sue lotte, di come la sua casa gli è stata tolta

assieme ai suoi scintillanti sogni di un futuro,

di tutti i pericoli che i suoi figli dovranno trovare il coraggio d’affrontare.

 

Trova i poeti, ha detto il mio amico.

 

 

Non ti parleranno delle cose di cui parliamo io e te.

Non ti parleranno d’integrazione economica

o consolidamento fiscale.

 

Non sarebbero in grado di dirti nulla sul peso dell’adattamento.

 

Ma ti farebbero accomodare

per dirti di come le poesie nascono in silenzio

e a volte, in momenti di grande rumore,

di come arrivano come la pioggia,

spezzando in due il cielo a sorpresa.

 

Ti parleranno d’amore, naturalmente,

come se fosse l’unica cosa che conta,

di castagni e cime dei monti,

di quanto hanno nostalgia dei loro padri morti.

 

Parleranno come se avessero parlato

per secoli, di come stringere la gola della vita,

fino a che vengono strozzati via i tramonti e le menzogne,

fino a quando restano solo le ossa della verità.

 

I poeti, amico mio, sono dove sono sempre stati –

a vivere in case di carta senza nazioni,

lungo i fiumi e nelle foreste che stanno scomparendo.

 

E mentre tu ed io continuiamo la nostra vita

ricordando e dimenticando,

 

i poeti restano: a cantare, a cantare.

 

Find the Poets 

 

I arrived in a foreign land yesterday,

a land that has seen troubles,

(who hasn’t, you might say?)

This land

with its scrubbed white houses

and blue seas, where everything was born,

and now, everything seems as if it could vanish.

I wanted to find out the truth

about how a great land like this

could allow ancient columns to crumble

and organ grinders to disappear.

 

Find the poets, my friend said.

If you want to know the truth, find the poets.

 

But friend, where do I find the poets?

In the soccer fields,

at the sea shore,

in the bars drinking?

 

Where do the poets live these days,

and what do they sing about?

 

I looked for them in the streets of Athens,

at the flea market and by the train station,

I thought one of them might have sold me a pair of sandals.

 

But he did not speak to me of poetry,

 

only of his struggles, of how his house was taken from him

along with his shiny dreams of the future,

of all the dangers his children must now be brave enough to face.

 

Find the poets, my friend said.

 

They will not speak of the things you and I speak about.

They will not speak of economic integration

or fiscal consolidation.

 

They could not tell you anything about the burden of adjustment.

 

But they could sit you down

and tell you how poems are born in silence

and sometimes, in moments of great noise,

of how they arrive like the rain,

unexpectedly cracking open the sky.

 

They will talk of love, of course,

as if it were the only thing that mattered,

about chestnut trees and mountain tops,

and how much they miss their dead fathers.

 

They will talk as they have been talking

for centuries, about holding the throat of life,

till all the sunsets and lies are choked out,

till only the bones of truth remain.

 

The poets, my friend, are where they have always been –

living in paper houses without countries,

along rivers and in forests that are disappearing.

 

And while you and I go on with life

remembering and forgetting,

 

the poets remain: singing, singing.