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sabato 21 ottobre 2017 7:00
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Posted by on mar 8, 2017 in Articoli, Slideshow | 0 comments

“Se le Donne si fermano, si ferma il mondo”

di Giulietta Rovera

 

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Niente mimose.

Niente cioccolatini.

Niente cene romantiche.

Niente festeggiamenti, perché non abbiamo niente da festeggiare, ma tutto da cambiare. Quest’anno l’8 marzo, giorno della Festa della donna, sarà all’insegna della lotta: per rivendicare il diritto al lavoro e alla parità salariale, per rifiutare la violenza di genere in tutte le sue forme – oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia.

Non brindisi celebrativi quindi, ma “sciopero globale”: all’iniziativa hanno aderito 40 Paesi del mondo, anche le statunitensi che, dopo il successo della Women’s March di Washington contro il neopresidente Donald Trump, continuano la loro battaglia. Ogni donna, ma anche ogni categoria professionale e sindacale deciderà in che modo effettuarlo. C’è chi si asterrà dal lavoro e dalla cura dei figli e delle faccende domestiche, chi parteciperà a cortei, assemblee nelle piazze, nelle scuole, negli ospedali, nelle università.

In Italia lo sciopero è stato indetto da  #nonunadimeno, la grande rete femminista che organizzò la manifestazione del 24 novembre 2016 contro il femminicidio e portò in piazza a Roma più di duecentomila donne. A coniare lo slogan “Niunamenos” – non una di meno – e lanciare l’idea dello “sciopero delle donne produttivo e riproduttivo” sono state, lo scorso anno, le donne della città di Rosario, provincia di Santa Fe, in Argentina. Proprio a Rosario, 70 mila donne di tutto il Paese si sono riunite sulla fine di ottobre dello scorso anno per partecipare a seminari, dibattere in nome dell’uguaglianza dei diritti, manifestare contro la violenza di genere, la tratta delle persone a fini di sfruttamento sessuale, la penalizzazione dell’aborto. E il loro slogan, nel giro di giorni, è diventato un comune grido di battaglia.

Dopo anni in cui il grande slancio dato dal femminismo alla lotta per acquisire diritti sacrosanti negati per secoli sembrava essersi spento, e la Giornata internazionale della donna si era ridotto ad occasione di incontri, in cui più che rivendicare diritti si celebravano le conquiste femminili del passato – suffragio universale, divorzio, contraccezione, legalizzazione dell’aborto – l’8 marzo riprende la sua vera connotazione: di momento di mobilitazione femminista sia con l’intento di contrastare ogni forma di violenza, che viene esercitata quotidianamente in famiglia come al lavoro, a scuola come negli ospedali, in tribunale come sui giornali … Sia per prendere posizione in un momento in cui sempre più forte soffia il vento della reazione, che potrebbe travolgerci se assisteremo passive al riaffermarsi di ideologie ultraconservatrici. Sia infine per rivendicare la corretta applicazione della legge sull’aborto, spesso inapplicata a causa dell’alto numero di medici obiettori; per sostenere l’educazione alle differenze di genere come parte della formazione scolastica e culturale; per il superamento di stereotipi femminili e maschili, la valorizzazione delle differenze, la lotta contro il linguaggio e i comportamenti sessisti e misogini.

Quest’anno torneremo in strada in tutto il mondo a protestare e a scioperare, esattamente come accadde in occasione della prima di queste manifestazioni, che ebbe luogo il 28 febbraio 1909  negli USA, per opera del Partito socialista americano in favore del diritto delle donne al voto. L’iniziativa si propagò poi a macchia d’olio in vari Paesi del mondo e la consuetudine di dedicare un giorno all’anno per ribadire le rivendicazioni della donna andò diffondendosi: in Europa, vi aderirono dapprima la Germania, poi l’Austria, la Svizzera, la Danimarca, la Svezia, la Francia…  E alle manifestazioni per il suffragio universale si aggiunsero quelle per ottenere aumenti salariali, condizioni di lavoro più decenti. L’8 marzo 1917 furono le donne  di San Pietroburgo a scendere in piazza: volevano la fine della guerra e forse inconsapevolmente diedero il via al crollo dello zarismo e alla rivoluzione russa. Fu così che poco alla volta si estese la consuetudine di dedicare l’8 marzo alla Festa della donna.  In Italia, fu celebrata la prima volta nel 1922, ma fu dal ’45 che assunse la connotazione attuale quando l’UDI (donne del Pci, Psi, Partito d’azione, Sinistra cristiana e Democrazia del lavoro) celebrò la prima  Giornata della Donna in quelle zone dell’Italia appena liberate dal fascismo, e l’8 marzo del ’46, a guerra finita, fu scelta la mimosa, fiore che sboccia sul far della primavera, quale simbolo della ricorrenza.

Il 16 dicembre 1977, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite propose ad ogni Paese di dichiarare un giorno all’anno “Giornata delle Nazioni Unite per i diritti delle Donne e per la pace internazionale”. L’Assemblea riconosceva così il ruolo della donna negli sforzi di pace e l’urgenza di porre fine alle discriminazioni. E l’8 marzo, che già veniva festeggiato in diversi Paesi, divenne la data ufficiale in molte nazioni.

Da quel lontano 1909 tanta strada ha fatto la donna ma tanta deve ancora compierne per raggiungere quella parità che fino ad ora le è stata negata. Potrà giovare la consapevolezza che non siamo un numero esiguo: su un totale di circa 7 miliardi, siamo – milione più milione meno – esattamente la metà. In Italia, stando all’ultimo censimento siamo addirittura più numerose: il 51,4% della popolazione, mentre la percentuale delle laureate è pari a quello degli uomini. Ciononostante, il tasso di disoccupazione femminile è maggiore di quello maschile mentre inferiore è il numero delle donne ai vertici aziendali, come inferiori continuano ad essere i guadagni. Quest’ultimo dato è analogo praticamente in tutti i Paesi. Una ricerca del FMI sul sessismo ha constatato che in 40 nazioni, fra cui molte ricche e avanzate,  si perde più del 15% della ricchezza potenziale per effetto della discriminazione contro le donne – dal 5% negli USA al 34% in Egitto. In Italia il pil potenziale “perduto” è il 15%. La stessa Amartya Sen, premio Nobel per l’economia, ha denunciato più volte il fatto che il sessismo “ci impoverisce tutti”.

C’è poi il capitolo violenza. I dati riguardanti il femminicidio, e non solo in Italia, continuano ad essere allarmanti: all’incirca una vittima ogni due – tre giorni, mentre quelle che hanno subito abusi fisici  o sessuali nel corso della vita sono circa un terzo del totale – 7 milioni nel nostro Paese. Se delle nostre vite si può disporre fino a provocarne la morte perché ritenute di poco valore, vi sfidiamo a vivere, produrre, organizzare le vostre vite senza di noi,  si è affermato con forza nell’assemblea plenaria di #nonunadimeno. Se  le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo. Toccherete così con mano che “se le donne si fermano, si ferma il mondo.”