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venerdì 28 aprile 2017 6:14
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Posted by on mar 20, 2017 in Articoli | 0 comments

“Gertrude Stein – Identità e genere temi di una scrittura magica”

Luciana Tufani Editrice

pag. 220

€ 14,00

 

di Ida Emanuelli

Piccolina, sovrappeso, lesbica, ebrea: Gertrude Stein a settant’anni dalla morte continua ad esercitare un’influenza determinante sul teatro sperimentale, sulla visual art, sul mondo letterario date le innovazioni che seppe imporre all’uso del linguaggio.  Pioniera letteraria, ma anche musa ispiratrice di Picasso e Picabia, amica e consigliera di Hemingway e Scott Fitzgerald, nonché collezionista di capolavori dell’avanguardia all’inizio del Novecento quando l’avanguardia era irrisa ed esecrata, è un mito negli Stati Uniti e praticamente sconosciuta in Italia. “Gertrude Stein – Identità e genere temi di una scrittura magica”, (Luciana Tufani Editrice, pag. 220, € 14) di Anna Verna e Giulietta Rovera colma questa lacuna, avvalendosi fra l’altro di ricco materiale fotografico e documentazione inediti. Nata a Pittsburgh nel 1874 in una famiglia alto borghese ebraica di origine tedesca, Gertrude Stein, rimasta orfana poco più che adolescente, riesce a trovare nella lettura e nello studio una sorta di compensazione alla mancanza d’affetto e di una famiglia stabile. Conseguita la laurea a Harvard, nel 1903 parte per Parigi dove raggiunge il fratello Leo, in quell’abitazione al 27 rue de Fleurus, destinato a diventare nel giro di tre anni il primo museo d’arte moderna del mondo: la collezione di quadri dell’avanguardia – Picasso, Matisse, Cézanne, Pierre Bonnard, Renoir, Daumier, Toulouse-Lautrec – non ha eguali, nemmeno il Musée du Luxembourg è in grado di vantare tali e tanti capolavori, raccolti con un intuito straordinario nonostante non possano contare su grandi capitali da Gertrude e da Leo. Sosteneva il grande mercante d’arte Vollard, che gli Stein erano gli unici clienti che collezionavano dipinti “non perché sono ricchi, ma nonostante non lo siano”. Se in un primo tempo Gertrude ebbe la sagacia di appoggiarsi alle scelte del fratello, a poco a poco saprà rendersi indipendente dalla sua influenza divenuta negli anni oppressiva e soffocante e riuscirà a trasformare il proprio Salon in ritrovo dell’intellighenzia internazionale. Non solo Picasso, Matisse, Apollinaire, Braque,  Max Weber sono ospiti abituali, ma anche Lady Ottoline Morrell, Clive Bell, Duncan Grant, Roger Fry, la principessa di Polignac, e un giovane brillante commediografo: Jean Cocteau. Nel 1905, Picasso le propone di farle il ritratto: l’opera, oggi al Metropolitan Museum of Art di New York, segnerà  l’inizio del cubismo e dell’arte moderna e cambierà il corso della pittura. Attratti dalla sua personalità magnetica, 25 differenti artisti – da Man Ray a Picabia, da Cecil Beaton a Jo Davidson a Felix Vallotton – le chiederanno di posare per raffigurarla in dipinti, fotografie, sculture che oggi possiamo trovare nei più grandi musei del mondo. Perfino il grande couturier  Pierre Balmain la farà posare come modella: l’ abito lo si può ammirare al Victoria and Albert Museum di Londra. Dotata di una mente lucidissima, la voce di contralto e indiscutibile richiamo erotico, seppe affascinare uomini e donne.

Collezionista, modella, ma soprattutto scrittrice. Ciò che l’accomunò a Picasso, fu l’intento di inventare un linguaggio nuovo: come Pablo seppe creare un nuovo stile pittorico, lei creò un nuovo stile letterario. Aveva cominciato a scrivere quand’era ancora giovanissima, al tempo dell’infelice, tormentata relazione con la sfuggente Mary Bookstaver, e da allora non aveva mai cessato: proprio il suo stile innovativo, “cubista” le renderà però quanto mai arduo avere gratificazioni e riconoscimenti. Poesie, drammi teatrali, romanzi, word portrait, saggi rimarranno per trent’anni nel cassetto fino a quando alla metà degli anni Trenta non esce l’opera destinata a renderla ricca e famosa: “L’autobiografia di Alice Toklas”, dedicata alla compagna della sua vita. Fu l’incontro con Alice, come lei un’ebrea americana, a dare una svolta alla sua vita. L’intesa fra di loro fu facile e immediata: per Alice è il più grande amore che abbia sperimentato; per Gertrude è la prima donna che corrisponde senza riserve ai suoi slanci, la fine della solitudine, della dipendenza dal fratello, la conquista della propria indipendenza. Sarà Alice a sorreggerla, incoraggiarla, aiutandola in ogni modo: lei a battere e ribattere a macchina i suoi scritti, leggere e rileggere le varie stesure dei suoi scritti, a impegnarsi nella ricerca di editori. Brillante, pettegolo, incentrato sugli anni dell’avanguardia parigina, arricchito dai personaggi più autorevoli del periodo – Joyce, Eliot, Picasso, Braque, Apollinaire, Matisse, Scott Fitzgerald, Hemingway, Dos Passos, Sherwood Anderson, Cocteau, Ezra Pound – l’Autobiografia di Alice Toklas, tradotta per la prima volta in Italia da Cesare Pavese nel 1938, diventerà un best seller. E gli editori, che dapprima si negavano, faranno a gara per pubblicare tutta la sua produzione passata, presente e futura.

Sopravvissute miracolosamente indenni alla seconda guerra mondiale, Gertrude e Alice potranno però godere per poco tempo i frutti del successo: Gertrude Stein moriva infatti il 27 luglio 1946 a causa di una malattia incurabile. Bisogna dare atto a Anna Verna, già docente di Storia della donna alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Torino, e a Giulietta Rovera, giornalista e scrittrice, di avere saputo rendere il saggio di piacevolissima lettura, grazie alla felicità di una scrittura vivace e scorrevole. La vita di Gertrude Stein, così avventurosa e ricca di colpi di scena, si presta d’altronde ad essere narrata proprio “come un romanzo”.