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martedì 12 dicembre 2017 14:45
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Posted by on mag 8, 2017 in Articoli, Slideshow | 0 comments

Carla Bollecchino “Ho sempre coltivato un ideale di giustizia”

Intervista all’Ispettrice Capo del Commissariato Trevi Campo Marzio di Roma

 

di Giulietta Rovera

Il 20 febbraio 1958, con la nota legge Merlin venivano abolite le case di tolleranza. Meno noto è il fatto che la stessa legge prevedeva anche, per la prima volta,  l’istituzione di un corpo speciale di polizia femminile, dagli ambiti di intervento però limitati ai reati contro la moralità pubblica e l’integrità della famiglia. E’ solo con la legge n. 121 del 1º aprile 1981, quando la Polizia da corpo militare è stata convertita in amministrazione civile, che alle donne è stato consentito non solo l’ingresso nella Polizia di Stato, ma anche la facoltà di ricoprire ogni ruolo. Se agli inizi erano pochissime, il loro numero è andato costantemente aumentando: stando ai dati del 2016 del Dipartimento di pubblica sicurezza, le poliziotte sono 15.300, su un totale di 98.957. Non solo: più si sale di qualifica, più il numero delle donne aumenta in proporzione. Se tra gli agenti e gli assistenti ci sono 10.858 donne contro 60.330 uomini, nel ruolo di direttori ci sono 942 donne e 1.728 uomini, mentre tra i primi dirigenti, le donne (250) sono la metà dei colleghi maschi (552). A Roma, al Commissariato Trevi Campo Marzio, che ha sede a una manciata di metri da Piazza Venezia e Montecitorio, in un organico di circa centocinquanta addetti, esiste una sola ispettrice capo che si occupa della giudiziaria: Carla Bollecchino.

I modi affabili, l’atteggiamento cordiale e disponibile evocano tutto meno che una poliziotta infallibile nel tiro al bersaglio, che sa imbracciare il  mitra con la stessa perizia con la quale padroneggia il codice penale. “Io sono un po’ figlia d’arte, dice Bollecchino. Il mio papà faceva questo lavoro e il nonno materno era una guardia regia. In me l’interesse per questa professione è nato però indipendentemente da condizionamenti familiari. In terza media, feci un tema dal titolo: “Come ti vedi, con l’occhio della fantasia, tra vent’anni.” E io scrissi che avrei fatto l’ispettore di polizia non perché subivo il fascino della divisa, ma perché ho sempre coltivato un ideale di giustizia, il proposito di mediare, di risolvere le situazioni guardando in faccia l’interlocutore, di prevenire anziché reprimere.”

Quando nel 1986 è indetto il primo concorso in polizia aperto alle donne, non solo partecipa, ma riesce a entrare nel corpo sia pure al gradino più basso: agente in prova. Dopo di che, parte per Bolzano, dove per un anno segue i corsi di addestramento: studi giuridici, difesa personale, tecnica operativa, poligono di tiro con tanto di anfibi e tuta mimetica. “Posso dire di aver fatto tutta la gavetta: ho partecipato e vinto i concorsi interni, e sono passata così al ruolo di sovrintendente, ispettore e oggi sono ispettore capo.

Appena entrata in polizia, primo giorno di lavoro, si ritrova a Roma, a ricoprire il turno da mezzanotte alle 7 della mattina nella cosiddetta “Volante” – quell’unità che interviene per le richieste di soccorso al 113 e prevede interventi che vanno dai rumori molesti alle risse, dagli scippi alle rapine agli omicidi. Oltre alla Volante, è occupata nei posti fissi per strada a presidiare obiettivi a rischio attentati: abitazioni di personalità, ambasciate ecc. Da allora, è sempre stata in prima linea, anche il 25 marzo, che ha visto a Roma i 28 capi di Stato e di governo europei per il 60° anniversario della firma dei Trattati istitutivi della Cee e dell’Euratom e che ha richiesto eccezionali misure di sicurezza per il rischio disordini e attentati.

Non ha mai avuto paura? “No. Quando lavoro è come se mi sdoppiassi, come se si arrestassero le funzioni fisiologiche e non provo né fame, né sete, né stanchezza né tantomeno paura,  fino a quando non ho portato a termine il servizio nel quale sono coinvolta.”

Non ha mai avuto paura nemmeno quando ha affrontato risse con tanto di coltelli in mano e sfregi al viso. O gli hooligan ubriachi fradici che in un pub vicino a Campo dei Fiori salgono sui tavoli per dar spettacolo, convincendoli con la calma a uscire in strada e a darsi una regolata. O gli olandesi tifosi del Feyenoord, i quali, in occasione della partita di Europa League con la Roma, riducono a una discarica piazza di Spagna, provocando danni “irreparabili” alla fontana della Barcaccia, capolavoro del Bernini appena restaurata, per non parlare di strade imbrattate e auto distrutte. “Proprio per tentare di risolvere in modo pacifico ogni situazione, intervengo sempre, anche se libera dal servizio e sola per strada, in liti banali e non. Senza perdere la calma, tiro fuori il tesserino e dico: finiamola. E in genere ci riesco.”

Attualmente si occupa di polizia giudiziaria, cioè svolge attività investigativa. Da non sottovalutare il fatto che ai Commissariati compete anche il controllo del territorio esterno, il che, trattandosi del Commissariato Trevi Campo Marzio,  è una faccenda quanto mai delicata trovandosi al centro di Roma dove gli obiettivi sensibili sono tanti.

Su cosa vertono le sue indagini? “Furto, ricettazione, truffa ed altri reati contro il patrimonio e contro la persona … Più specificamente mi sto occupando di stalking, di femminicidio, ma anche del progetto “scuole sicure”. Quest’anno, proprio nell’ambito del progetto-scuole, mi è accaduto di entrare in contatto con gli studenti del Marcantonio Colonna, l’anno passato, con quelli del liceo Virgilio durante l’occupazione. Lamentavano una serie di situazioni, avevano già messo fuori preside e professori, ma sono riuscita a parlare con i rappresentanti dei ragazzi e a convincerli ad avere un confronto con le forze dell’ordine. Alla fine, hanno liberato la scuola: il tutto si è svolto all’insegna del dialogo e della fiducia.”

Come donna, si è mai sentita mai discriminata nei confronti dei colleghi? “No, mai. Nemmeno durante il corso. Indossavamo tutti la mimetica, seguivamo le stesse discipline … Anzi, le dirò di più: stranamente noi donne al tiro siamo più brave. Ricordo che riuscivamo a piazzare i colpi tutti vicini al bersaglio: facevamo “la rosa”. Io ho conservato le mie prime sagome, con quelle bellissime “rose”. E questo fin dalla prima volta che ho preso una pistola in mano, con stupore dell’istruttore.

Dovesse rifarlo, rifarebbe questo lavoro? “Sì, lo rifarei, e lo rifarei alla giudiziaria, nei commissariati. E’ la professione che ho scelto. Anche se mi è costato. Mi è costato come mamma, avendo dei figli. E mi è costato nella mia professione, perché quando i miei bambini erano piccoli, se avessi dedicato più tempo al lavoro avrei potuto fare di più. Però, rifarei tutto: lavoro, famiglia, figli.”

Lo sguardo cade sulla scrivania, invasa da fogli, libri, fascicoli. In una cartella sono conservate le lettere che le hanno scritto i genitori degli studenti del liceo Virgilio in seguito alla felice conclusione della vicenda. Ne prende una a caso: “Gentile ispettore Carla Bollecchino, alla fine di questa esperienza volevo esprimerle la mia gratitudine e quella dei genitori dell’associazione “Insieme per il Virgilio” per come ci ha affiancato nel difficile lavoro di mediazione e nel conflitto che attraversa la nostra comunità scolastica. Il suo equilibrio e la sua determinazione nel voler risolvere in modo pacifico la situazione, il suo impegno costante e la sua capacità di relazionarsi con gli studenti in modo costruttivo ed efficace, l’aiuto che ha dato anche a noi genitori, fanno di lei a nostro avviso una persona preziosa e competente, impegnata nel difficile lavoro che lo Stato le ha affidato e che noi siamo felici che sia rappresentato da persone come lei, ancora più per i nostri figli che possono in questo modo riconoscere nelle forze dell’ordine un alleato e non un nemico, soprattutto nel difficile momento di passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta. Speriamo di incontrarci nel nostro comune impegno nell’aiuto della crescita dei ragazzi.”