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mercoledì 21 novembre 2018 20:10
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Posted by on mar 12, 2018 in Articoli | 0 comments

Nâzim Hikmet Poesie d’amore e di lotta

a cura di Giampiero Bellingeri

pp. 385, €22, Mondadori

 

di Giulietta Rovera

 

Il mare più bello: non è ancora solcato.
Il bambino più bello: non è ancora grande.
Il giorno più bello: è da viversi ancora per noi.
E la cosa più bella che dirti vorrei: è la cosa che ancora mi resta da dirti.

E’ la sua poesia più nota. Nâzim Hikmet la scrisse nel settembre 1945, quando era detenuto nel carcere di Bursa, in Anatolia. Grazie a Giampiero Bellingeri, uno dei massimi studiosi di Hikmet nonché docente di lingua e letteratura turca a Ca’ Foscari a Venezia, possiamo leggerla per la prima volta, in Italia, tradotta direttamente dal turco. Proprio perché profondo conoscitore della lingua, Bellingeri, coadiuvato dai collaboratori Fabrizio Beltrami e Francesco Boraldo, è riuscito a restituirci la musicalità, il ritmo, il significato autentico che Hikmet aveva trasfuso nelle sue poesie: sono infatti circa trecento quelle raccolte nel mirabile libro da lui curato – “Poesie d’amore e di lotta di Nâzim Hikmet”. Non solo: per la prima volta le liriche politiche e quelle d’amore – entrambe in gran parte inedite – sono state pubblicate in un unico volume. L’aver seguito il criterio cronologico anziché per temi, ne fa affiorare poco alla volta tutte le emozioni che hanno scandito la vita del celebre poeta turco: le illusioni della giovinezza, la conquista della coscienza politica, la determinazione a non arrendersi a nessun costo ai compromessi, l’innato senso dell’onore. Ma anche la fragilità, l’ossessione della morte, la “nostalgia forsennata” – a lui rinchiuso in carcere – di assaporare la primavera e il corpo nudo della donna amata, lo strazio dell’esilio “ben peggiore della morte”.

Hikmet era nato nel 1902 a Salonicco, allora parte dell’impero ottomano, in una famiglia aristocratica. Giovanissimo, prende a scrivere: “Dai quattordici anni professo la poesia”, dirà nella lirica “Autobiografia”. Nel ’20, durante la guerra d’indipendenza turca, aderisce al partito nazionalista di Ataturk. Il soggiorno in Anatolia, a contatto con gli strati più miserandi della popolazione, lascerà in lui una traccia incancellabile. E’ proprio la scoperta di una realtà inaccettabile a spingerlo lontano dai nazionalisti e a partecipare alla rivoluzione bolscevica. A Mosca si iscrive all’università, scopre i testi di Marx, entra in contatto con Esenin e Majakovskij, diventa comunista. Scrive: liriche, testi teatrali, saggi, sostenuto da un ideale che non verrà mai meno – lottare per l’emancipazione degli oppressi. Nel ’28 è celebre. Ritorna in patria, e ha inizio da parte dell’autorità governativa una vera e propria persecuzione. E’ arrestato, sbattuto in prigione, amnistiato, torturato, condannato un’infinità di volte: 5 anni per affissione di manifesti politici; 28 anni per aver scritto poesie che incitano alla rivolta, per attività contro il regime, perché comunista, antinazista, antifranchista. Nâzim non si arrende: fa lo sciopero della fame, si ammala, è colpito da infarto. E, chiuso in cella, scrive poesie: veri e propri inni alla vita, all’amore per il suo paese, alle notti illuminate dalla luna, alle “umide labbra” e al corpo voluttuoso della sua donna, all’ “impeccabile terso cristallo” di una giornata d’inverno. Non sempre ha carta e penna, e allora compone i versi a memoria e li comunica all’esterno oralmente: alla moglie, agli amici.

La sua fama ormai non conosce confini: “in trenta lingue o quaranta s’imprimono i miei scritti marchiati dal divieto nel mio turco là in Turchia”. Nel ’50, grazie alla mobilitazione di una commissione internazionale che vede fra gli altri i nomi di Picasso, Neruda, Sartre, Tristan Tzara, è amnistiato. Il governo lo libera, ma una serie di attentati alla sua vita e il proposito di arruolarlo nell’esercito nonostante l’età e la salute precaria lo convincono alla fuga. Il governo lo condanna allora alla perdita della cittadinanza e all’esilio, negando per rappresaglia alla moglie e al figlio il permesso di espatrio. Nâzim riesce a ottenere la cittadinanza polacca, ma elegge Mosca a luogo dove stabilire la propria residenza. Toccherà presto con mano come la carica di quello spirito rivoluzionario che tanto gli aveva fatto amare la Russia nella giovinezza, si sia irrimediabilmente spenta. A regnare ora sono il conformismo, il reciproco sospetto, non di rado la paura. Con la morte di Stalin nel ’53 e la destalinizzazione può però godere di una certa autonomia e inizia a viaggiare quale rappresentante dell’URSS nel movimento pacifista: Europa, Sudamerica, Africa, nonostante la salute cagionevole. E scrive: poesie, drammi teatrali, soggetti e sceneggiature cinematografiche. Sulla fine degli anni ’50 si innamora di una giovane e bella giornalista russa dai “capelli di un biondo paglierino” e “le ciglia azzurre”: Vera Tuljakova. Vera diventerà la sua quarta moglie, a lei sono dedicate le sue ultime poesie. “E vieni mi disse / E resta mi disse / E ridi mi disse / E muori mi disse / E venni / E rimasi / E risi / E son morto”.

Nâzim Hikmet moriva il 3 giugno 1963, pochi giorni dopo aver scritto questi versi. Si dovrà attendere gli anni Settanta perché nel suo Paese fosse permessa la pubblicazione delle sue poesie. Nel 2002 il governo turco gli restituiva simbolicamente la cittadinanza e ne veniva data alle stampe l’opera completa: 25 volumi dai quali Bellingeri ha tratto le poesie raccolte nel volume da lui curato. Il testo si chiude con un interessante saggio di Federica Boscariol sul non sempre facile rapporto di Hikmet con il regime sovietico. Fondamentale per la comprensione della poetica di Hikmet è lo scritto introduttivo, nel quale Giampiero Bellingeri ci fa comprendere come il poeta turco non sia stato un fenomeno isolato, ma espressione di un movimento culturale di largo respiro.