Pages Menu
Seguici suRssFacebook


lunedì 25 giugno 2018 17:38
Categories Menu

Posted by on mar 21, 2018 in Articoli, Slideshow | 0 comments

Intervista a Sara Eba Di Vaio, psicologa e psicoterapeuta “La cosa più bella di questo lavoro è poter assistere a delle vere e proprie rinascite”

 

unnamed-3

 Presidente dell’Associazione Indivenire 

(Centro Integrato per la Crescita ed il Benessere Psico- corporeo)

di Olga Mammoliti Severi

unnamed

Dott.ssa Di Vaio cosa cercano oggi i pazienti che si rivolgono ad uno psicoterapeuta? e quali sono le problematiche più comuni?

La domanda di aiuto che le persone ci portano è una domanda di “benessere”, le persone ci chiedono di essere aiutate a stare meglio, a ridurre lo stress, a prendere decisioni in maniera consapevole. È diminuito il numero di persone che arriva portando un disturbo (di personalità, dell’umore) mentre è cresciuto il numero di persone che vive un disagio. Come sosteneva Bauman, viviamo in una “società liquida” in cui a farla da padrone è la perdita dei valori e delle certezze e ciò comporta un profondo senso di inadeguatezza, un abbassamento dell’autostima ed un’incapacità a prendersi cura di sé e dei propri bisogni. Quando questo stato di crisi tocca il limite o quando si aggiunge un ulteriore evento, le persone trovano il coraggio di chiedere aiuto e spesso ciò rappresenta una vera e propria ripartenza o rinascita. Da egodistoniche le persone si impegnano per essere egosintoniche, imparando a “mettersi al centro” e modificando i propri stili di vita.

Quanto è importante il rapporto che si instaura tra il terapeuta e il paziente? 

Direi che è l’elemento fondamentale. Amo ripetere che l’attenzione è la cura, puntando con ciò il focus, sull’importanza della relazione terapeutica. Le persone hanno bisogno di essere accolte e di poterlo fare in uno spazio di ascolto esclusivo e non giudicante che permetta loro di vivere esperienze emozionali positive.

Ce ne è qualcuno che l’ha coinvolta profondamente ?

Sento di avere un legame speciale con i miei pazienti. Dopo il primo incontro concedo a tutti il tempo di valutare bene la fattiva possibilità di intraprendere un percorso terapeutico proprio con me e lo faccio spiegando con cura la mia modalità di lavoro, gli strumenti e le regole del mio setting. Ma anche io mi riservo di fare una scelta; accolgo e seguo solo persone che “sento” profondamente e non solo per la tematica portata. Per questo motivo vivo un grande coinvolgimento con tutti i pazienti.

Cosa l’ha spinta ad intraprendere questo percorso professionale? 

Certamente il desiderio di poter essere di aiuto, ma anche la grande curiosità verso i “mondi degli altri”  e la positività che mi spinge ad approcciarmi ad ogni persona con la consapevolezza della possibilità di cambiamento ed evoluzione. Anche di fronte a situazioni molto gravi non ho mai pensato che “non ce l’avremmo fatta”. Se la persona desidera star meglio avremo energia a sufficienza per muovere il cambiamento.

Quali e se ci sono tecniche per far sì che una terapia funzioni 

Io sono di approccio strategico ed uno degli elementi che mi hanno spinto a scegliere quest’orientamento è la possibilità di “costruire” strumenti e tecniche per il singolo paziente che di volta in volta ho di fronte. Ogni persona ha diritto ad un’individualizzazione della cura. Per questo motivo non applico mai protocolli ma attingo al mio repertorio di strumenti in maniera specifica. Oltre alle tecniche classiche del colloquio clinico amo usare strumenti creativi come il mandala e strumenti psico-corporei che vanno dalle tecniche finalizzate al rilassamento alle visualizzazioni, ai sogni guidati arrivando fino alle tecniche ipnotiche.

La sua professione l’ha cambiata nel corso degli anni?

Jung diceva che il terapeuta è un “guaritore ferito”. Oltre al mio personale percorso di analisi ogni giorno, lavorando, sento di continuare a dialogare con me stessa e questo mi porta a “migliorarmi”. Per poter essere credibile con i miei pazienti mi impegno in prima persona a mettere in atto le indicazioni cliniche e di benessere che sono solita prescrivere.

Quali sono gli aspetti positivi e negativi di questo mestiere?

La cosa più bella di questo lavoro è poter assistere a delle vere e proprie rinascite, la “primavera a novembre, quando meno te lo aspetti” mi piace dire. Quando una persona inizia ad agire diversamente e a stare meglio, cambia in maniera totale, diventando quasi un’altra persona anche fisicamente. Frasi come “non avrei mai pensato di poter essere capace di fare questa o quella cosa” mi dicono che siamo sulla buona strada, che ce la stiamo facendo.

L’aspetto negativo non può che essere la grande quantità di dolore a cui sono esposta e che devo necessariamente sentire anche nel mio corpo per poter realmente aiutare il paziente. Io sono una spugna che assorbe le loro cose, ma ho imparato con gli anni e l’esperienza a “strizzarmi”, per non rimanere intossicata da situazioni esterne.

Può succedere che un terapeuta si rifiuti di affrontare delle problematiche? e se accadesse come ci si comporta?

Ogni persona ha diritto di essere seguita dal professionista migliore e con questo non intendo solo il professionista più bravo ma il più giusto da più punti di vista. Per questo motivo trovo assolutamente possibile ma anche deontologicamente corretto che un professionista si dica non in grado di trattare alcune tematiche. Non possiamo sentirci preparati e competenti su tutto ed è bene, anche come piano di marketing, avere delle specifiche aree di competenze riconoscibili per l’utenza. Possono poi esserci tematiche che non siamo in grado di gestire emotivamente e, anche in questo caso, è bene affidare il paziente ad un collega. Pur non avendo l’obbligo dell’invio mi premunisco sempre di dare indicazioni al paziente che non posso seguire, contattando direttamente i colleghi per verificare disponibilità e gestire così il passaggio.

Le famiglie che ruolo hanno nei pazienti che cercano un supporto psicologico

Un ruolo importante ma non sempre di alleanza. Molto spesso le problematiche portate dai pazienti hanno origine proprio all’interno della famiglia che può sentirsi in qualche modo “sotto accusa”. Ogni percorso clinico ha come obiettivo trasversale l’egosintonia, ovvero quella condizione che fa sentire la persona al centro del proprio mondo. Molto spesso quando le persone arrivano in consultazione sono lontane da questa condizione tendendo a dare maggiore spazio ai bisogni e alle esigenze di altri. Quando il paziente sta meglio e recupera la sua centralità e protegge meglio il proprio spazio e i propri confini, può essere tacciato dalla famiglia o dal partner come “egoista” perché magari ha imparato a dire dei no o perché dedica maggior tempo alla cura di sé.

1479428_10201766168374735_415322536_n

La realtà dei fatti è che ancora oggi le donne hanno all’interno della coppia un ruolo subalterno rispetto all’uomo che non “perdona” azioni di affermazione di sé o di estrema libertà

Secondo gli ultimi  dati istat, Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Continuano ad aumentare casi di femminicidio. Tra gli ultimi, il caso accaduto a Cisterna Latina. Un padre  si suicida dopo aver ucciso i propri figli, e  l’unica sopravvissuta alla sua furia omicida è la moglie dalla quale si stava separando.  Quali sono le motivazioni che spingono gli uomini a compiere degli atti così crudeli?

Non certo un raptus di follia come spesso sentiamo raccontare dai media. La realtà dei fatti è che ancora oggi le donne hanno all’interno della coppia un ruolo subalterno rispetto all’uomo che non  “perdona” azioni di affermazione di sé o di estrema libertà. A differenza di quanto vogliono mostrare, gli uomini hanno anche loro delle profonde debolezze che vengono acuite dai momenti di difficoltà. Gli uomini sono da sempre “educati al privilegio” (mentre le donne sono educate al servizio!) e possono andare profondamente in crisi quando sentono mancare questa condizione. Essere lasciati, vedersi inibite delle possibilità può alimentare un bisogno estremo di riaffermazione del proprio potere e spesso questo può portare ad una sorta di fissazione/ossessione che orienta ogni momento della propria vita e che, certamente, toglie la lucidità.

Ci sono moltissime donne che convivono con dei “mostri”. Perché il più delle volte si ha paura di denunciare e si tende spesso a giustificarli?

Le motivazioni possono essere diverse e vanno analizzate caso per caso, ma in linea generale mi sento di evidenziare come per le donne sia “inaccettabile” riconoscere che la persona che loro hanno scelto, che amano e da cui si sono sentite amate possa essere in realtà altro. Preferiscono ricercare dentro se stesse, nei propri comportamenti, le motivazioni dei gesti violenti del partner. Ovviamente parliamo di messa in atto di meccanismi di difesa volti proprio ad allontanare dalla consapevolezza l’idea di aver scelto “l’uomo sbagliato”. Le donne in amore usano spesso il “pur di”… pur di non rimanere sole, pur di non ammettere il fallimento, sopportano e sopportano fino ad arrivare a non poterne più ma totalmente prive di forze. C’è in aggiunta da rilevare come anche il far denuncia non sia spesso semplice o risolutivo, come molti fatti di cronaca hanno dimostrato.

Si occupa anche di terapia di coppia e di sessuologia. Di solito che età hanno le coppie che si rivolgono a lei, e quali sono le patologie specifiche per le quali è assolutamente indicata?

Il range di età delle coppie che solitamente si rivolgono a me va dai 35 ai 60 anni. Se la domanda di aiuto della coppia è in ambito sessuologico o si tratta di una disfunzione sessuale o molto più spesso di un calo del desiderio. Le coppie arrivano in consultazione a causa dei tradimenti oggi sempre di più, scoperti tramite un “controllo” dei social o di whatsapp ma anche quando sentono di condividere poco con il partner. Mi trovo spesso a pensare che tutte le coppie dovrebbero fare un percorso per imparare delle abilità utili per stare insieme. Il mio è tanto un lavoro psicoeducativo con le coppie, insegno loro a comunicare realmente partendo dall’ascolto ma insegno loro anche a “litigare in maniera sana” perché questo è possibile. Cosa importantissima che vado sempre a sottolineare è il nutrimento costante dello “spazio del noi”, ovvero quella zona metaforica che rappresenta l’unione e che necessita di essere alimentata. Soprattutto quando la coppia è anche una coppia genitoriale  vi è il grande rischio che gli elementi del “noi” siano eminentemente legati ai figli, facendo dimenticare la dimensione affettiva e sessuale che va assolutamente recuperata.

unnamed-1

A tutti ricordo che l’amore è dominato dal principio di piacere, ovvero l’amore deve farci star bene. Se soffriamo, se viviamo soprusi o se semplicemente trascorrere il tempo con l’altro non è piacevole forse stiamo vivendo qualcosa che con l’amore ha poco a che fare.

Come definirebbe l’amore.

Qualche anno fa ho scritto un libro sull’amore e come incipit ho fortemente voluto una frase di Gabriel Garcia Marquez: “Ti amo non per chi sei tu ma per chi sono io quando sto con te”. Questa frase racchiude il mio pensiero sull’amore che DEVE far emergere la “versione migliore di noi”. Quando siamo con l’altro dovremmo per prima cosa piacerci noi. Questa è una domanda che faccio spesso ai pazienti che vivono relazioni affettive difficili: Ti piaci come sei quando sei con il partner? Spesso la risposta è “No”, perché magari nella relazione portiamo la gelosia, l’arroganza, la non fiducia e il bisogno di controllo ma anche l’incapacità di affermarsi e accogliere i propri bisogni. A tutti ricordo che l’amore è dominato dal principio di piacere, ovvero l’amore deve farci star bene. Se soffriamo, se viviamo soprusi o se semplicemente trascorrere il tempo con l’altro non è piacevole forse stiamo vivendo qualcosa che con l’amore ha poco a che fare.

Il Centro Indivenire di cui è Presidente di cosa si occupa principalmente? 

Lo slogan del Centro Indivenire è: la psicologia al servizio del benessere. Di questo ci occupiamo e lo facciamo in vari modi. Lo staff è composto da professionisti che hanno diverse competenze e specializzazioni e spesso ci avvaliamo della collaborazione di professionalità altre (medici, fisioterapisti, floriterapeuti, insegnanti di yoga e danza). In più, da sempre, abbiamo l’impegno di mettere la psicologia al servizio di un’utenza ampia. Ogni anno promuoviamo 2/3 iniziative sociali, ovvero eventi totalmente gratuiti pensati per specifiche popolazioni target che consentano di relazionarsi con il mondo della psicologia (che ancora oggi è eminentemente privato) in forma gratuita. Negli anni abbiamo offerto sostegno psicologico gratuito a persone disoccupate, a donne vittime di violenza, abbiamo creato laboratori per la gestione dell’agito aggressivo rivolto a uomini che si erano già macchiati di episodi di violenza. Ma la nostra iniziativa più famosa è quella che si ripete ogni anno nel mese di agosto: Aperti per ferie. Lo psicologo non va in vacanza, un vero e proprio pronto soccorso gratuito che permette alle persone che in estate possono vivere situazioni difficili e non avere facile accesso ai servizi, di venire prontamente accolte. All’interno di questa iniziativa c’è anche un appuntamento a cui ormai molte persone sono affezionate: la meditazione al parco. Una volta a settimana ci si incontra al parco ( a roma al Parco della Caffarella) e diventa un’occasione per rilassarsi ma anche per socializzare e vivere momenti sereni all’aria aperta. Tutto rigorosamente in forma gratuita.

A fine terapia cosa si augura di aver lasciato ai suoi pazienti?

Quando un percorso finisce si “legge” il lavoro fatto da tre punti di vista:

  1. La consapevolezza del cambiamento avvenuto
  2. Gli strumenti imparati che potranno essere utilizzati in autonomia
  3. L’accettazione del limite ovvero ciò che non può cambiare (o non è ancora cambiato) con il quale occorre fare i conti.

Ma la vera chiusura si fa con una celebrazione, il paziente celebra se stesso ed è grato a se stesso per “essersi portato” in salvo. Quando un paziente va via, amo dire che “si chiude per vittoria”… la sua. Un’emozione che non so descrivere a parole e che ogni volta mi nutre dal profondo.

Ci può raccontare un suo aneddoto?

Mi viene in mente un ragazzo che diversi anni fa si rivolse a me a seguito di una chiusura affettiva. Si sedette di fronte a me pronunciando una frase piena di sconforto: “Non credevo di poter arrivare mai ad un punto simile” ritenendo l’essersi dovuto rivolgere ad uno psicologo come il segnale di una profonda sconfitta e caduta in basso. Gli uomini si approcciano più spesso delle donne al lavoro psicologico come ad una “sconfitta” perché così vivono il non essere stati in grado di farcela da soli. Ebbene, quello stesso paziente mi ha fatto faticare più di tutti a chiudere il percorso. Anche quando ha iniziato a star bene ha messo in atto resistenza per lasciare il suo “posto buono”, come amava chiamare la mia stanza di terapia. Tempo dopo (e questo me lo ha raccontato in uno scritto) ha chiesto ad una nuova fidanzata di sposarlo e in maniera simbolica ha fatto un passaggio sotto il mio studio!