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sabato 15 dicembre 2018 20:47
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Posted by on mar 29, 2018 in Articoli | 0 comments

Suffragette. Il loro motto “Fatti, non parole”

 

A cura di Giulietta Rovera

 

Il 6 febbraio 1918, il Parlamento del Regno Unito approvava  la legge che dava per la prima volta il voto alle donne. Un risultato storico ottenuto dopo più di un decennio di lotte combattute da donne che sacrificarono tutto, dall’amicizia al lavoro alla libertà, la salute e, in un caso celebre, la vita, per raggiungere quell’obiettivo. Prima del 1832, in Gran Bretagna, alcune grandi proprietarie terriere avevano il diritto di voto. La legge del 1832 aumentò il numero degli aventi diritto di voto, ma limitandolo alle “male persons” ( ai maschi), escludeva esplicitamente le donne. Costernata, Mary Smith, una lady del Yorhshire, di alto rango e consistente patrimonio, chiese a Henry Hunt, un parlamentare di Preston, di presentare una petizione in Parlamento sostenendo che Mary Smith pagava le tasse esattamente come gli uomini, come gli uomini aveva quindi diritto alla rappresentanza. La petizione non approdò a nulla, ma era stato gettato il seme della rivendicazione. Qualcosa di analogo lo tentò il filosofo John Stuart Mill durante il dibattito per la riforma elettorale del 1867, con analogo risultato. La legge del 1884 allargò ulteriormente il suffragio, ma essendo ancora una volta escluse le donne, l’agitazione suffragista si intensificò. Nel 1897 la scrittrice e attivista  Millicent Fawcett costituì la National Union of Women’s Suffrage Society, l’Unione Nazionale delle Donne per il Suffragio, un’associazione che pur mantenendo la protesta entro le regole della legge rivendicava per le donne il diritto di voto. E’ da questo gruppo che nacque il movimento delle suffragette, deciso a ricorrere a sistemi più drastici visti vani i tentativi pacifici: leader indiscussa, Emmeline Pankhurst, che fonda nell’ottobre 1903 il WSPU (Women’s Social and Political Union). Il loro motto “Fatti, non parole” è un chiaro segnale che è finito il tempo delle tattiche eleganti e garbate. Per ridicolizzarle Clarles Hands, un reporter del Daily Mail, conia il nomignolo “suffragette”, subito adottato con orgoglio da Emmeline e le sue compagne.

Con le nuove strategie messe in atto per scuotere l’establishment si apre un capitolo inedito e imprevisto nella lotta politica britannica. Si comincia con marce e processioni, disegni sui marciapiedi col gesso; si passa poi all’uso di bombe rudimentali per far saltare in aria le buche delle lettere, a incendi di edifici, scuole, municipi, covoni, depositi di legname, stazioni ferroviarie, case private vuote; per passare infine all’attacco di opere d’arte, alle incursioni contro il Parlamento. Alcune prendono di mira il British Museum, fracassano porcellane cinesi e i cristalli che ricoprivano i sarcofagi delle mummie. Il successo della lotta a suon di incendi e vetri rotti è tale che ogni donna che cammina per strada con una borsetta  viene guardata con sospetto. Il movimento è aperto alle donne di ogni estrazione sociale: provenienti dall’intero Paese, irrompono così sulla scena un numero sempre crescente di nuove venute – operaie delle fabbriche, commesse, insegnanti e casalinghe, nobildonne e borghesi. Charlotte Despard gestiva una mensa dei poveri a Battersea. Flora Mckinnon Drummond, soprannominata Il Generale per l’abitudine di marciare indossando l’uniforme militare e atterrare disturbatori nonostante la corporatura minuta, era figlia di un sarto. Annie Kenney, operaia in un cotonificio di Oldham dall’età di dieci anni, nel 1905 inscenò la prima protesta militante a suon di schiamazzi nei confronti di Winston Churchill e il ministro sir Edward Grey al Free Trade Hall a Manchester. Kitty Marion era una ballerina di music hall di origine tedesca; fu arrestata per aver appiccato incendi e lanciato sassi contro il Ministero degli Interni a Whitehall. Leonora Cohen, guardia del corpo di Emmeline Pankhurst, era una sarta: diventò famosa come la “Tower Suffragette” dopo aver spaccato con una sbarra di ferro la vetrina nella Jewel House della Torre di Londra nel 1911. Mary Richardson, nota come “Slasher Mary”, Mary l’accoltellatrice, appiccò incendi, fracassò le finestre del Ministero degli Interni e aggredì agenti di polizia. Quando nel 1914 la Pankhurst fu arrestata a Glasgow, andò alla National Gallery e messa mano a una piccola ascia  diede l’assalto alla “Venere e Cupido” di Velasquez. Marion Wallace Dunlop, scrittrice e illustratrice, fu arrestata per aver imbrattato i muri della Camera del Comuni e tirato pietre contro le finestre del numero 10 di Downing Street. La principessa Sophia Duleep Singh, figlia del maragià Duleep Singh, l’ultimo sovrano dell’impero Sikh e figlioccia della regina Vittoria , vendeva per strada copie del giornale Suffragette, guidò una marcia verso il Parlamento insieme con Emmeline Pankhurst il 18 novembre 1910, noto come Venerdì Nero, in cui decine di manifestanti furono picchiate dalla polizia e portate in carcere. Quale fautrice della campagna “No taxation without representation” (niente tasse senza rappresentanza), fu convocata più volte in tribunale e multata per non aver pagato le tasse. Una delle suffragette più famose, Emily Wilding Davison, era un’insegnante. Si fratturò il cranio per essersi lanciata, inalberando il vessillo del WSPU, sul percorso di Anmer, il cavallo del re Giorgio V, durante il derby di Epson del 4 giugno 1913: morirà quattro giorni dopo.

Una dopo l’altra, queste donne andavano in prigione, dov’erano trattenute settimane, mesi, in distretti umidi e freddi. Poiché non era riconosciuto loro lo status di prigioniere politiche e facevano lo sciopero della fame, venivano sottoposte ad alimentazione forzata. Spesso da carcerieri e non da medici, era inserito con brutalità, nello stomaco o la bocca, il sondino gastrico, il che provocava vomito e sanguinamento. Alcune subirono questa tortura più e più volte: Emily Wilding Davison 49 volte,  Kitty Marion  232 volte nel solo 1913. Più il governo si mostrava inflessibile, più gli scontri erano violenti, più la polizia, obbedendo agli ordini, diventava brutale. Le donne ritornavano dalle battaglie ferite, i busti strappati. In una occasione, 150 donne furono fisicamente aggredite – una di loro in sedia a rotelle – e 29 altre molestate sessualmente. L’ultima protesta di massa, una delegazione che cercava di avere accesso a re Giorgio V, ebbe luogo il 21 maggio 1914. Il risultato fu l’arresto di 66 donne e due uomini, molte delle quali fecero prolungati scioperi della fame. Il 14 agosto fu presa la decisione di sospendere la campagna per la durata della guerra. Le suffragette intrapresero un nuovo tipo di lotta: rimpiazzarono gli uomini come falegnami, muratori, meccanici e operaie nelle fabbriche di munizioni, permettendo alle industrie essenziali di andare avanti. La guerra continuò per altri quattro anni, ma i drammi della battaglia per i diritti delle donne stavano per finire. Il 6 febbraio 1918, veniva approvata la legge che concedeva il voto alle donne sopra i 30 anni, se erano padrone di casa, sposate o possedevano un diploma. Nel 1928, il suffragio universale per uomini e donne fu finalmente ottenuto.

A cent’anni da quello storico risultato, il Regno Unito ha apprestato una serie di eventi per commemorarlo. Per la prima volta a Londra, su Parliament Square, la piazza del parlamento che sorge davanti al palazzo di Westminster, ci sarà la statua di una donna fra i grandi del mondo: quella dedicata a Millicent Fawcett, leader del movimento precursore delle suffragette, verrà eretta accanto a quella di Winston Churchill, Lincoln e Mandela.