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sabato 22 settembre 2018 23:41
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Posted by on apr 5, 2018 in Rubrica "IL GRIDO E IL SUSSURRO" | 0 comments

MOHAMMED EL-AMRAOUI

 

IL GRIDO E IL SUSSURRO, l’angolo della poesia contemporanea internazionale

a cura di Zingonia Zingone

La poesia è sussurro divino e urlo che si alza dalle viscere dell’uomo. È rigorosa ricerca della verità. Un linguaggio universale che spinge il lettore a spogliarsi del superfluo e penetrare in sé, in quello spazio interiore dove non esistono barriere e ciascuno è battito di un battito più forte.

Il grido e il sussurro propone un viaggio attraverso le parole e i gesti del mondo. Ogni mese un poeta, un messaggio, uno spunto di riflessione.

 

/—/

Le poesie di Mohammed El-Amraoui sono eclettiche, spumeggianti e profonde, come lo è anche la personalità del poeta. Lo conferma il collega Giuseppe Napolitano, editore del suo poema intitolato Une tortue dans ma tête / Una tartaruga in testa, quando dice che “la poesia di Mohammed è frutto di una attenta osservazione della realtà commista a non perduti sogni di tempi migliori. Ironico e sognatore, egli ha la capacità di sorprendere anche nei testi apparentemente colloquiali, nei quali si va a cogliere sempre un quasi misterioso approccio a tempi altri, a movenze insolite dello spirito.”

El-Amraoui, nato in Marocco e radicatosi trent’anni fa a Lione, si esprime poeticamente con la stessa forza e vitalità sia in arabo, la sua lingua materna, che in francese, la sua lingua d’adozione. “Quando mi sono avvicinata, come traduttrice, alla poesia di Mohammed Amraoui, – dice l’accademica Elena Chiti – l’ho fatto inizialmente in modo dicotomico: un poeta bilingue, che scrive in arabo e in francese, che traduco dalle due lingue, di cui devo considerare le specificità. Lavorando ho capito che, se una frontiera c’è, è fluida e cangiante, imprevedibile. Mohammed El-Amraoui fa l’altalena tra arabo e francese e ne ridisegna gli spazi e le sonorità creando i suoi propri ritmi. Con lui ho toccato con mano la considerazione del traduttologo Henri Meschonnic: non sono le lingue che sono materne, sono le opere che sono materne.”

Presentiamo in seguito una selezione di testi provenienti da diverse raccolte e tradotti in italiano da voci differenti. Segnaliamo che la prima poesia è un frammento del delizioso poema per bambini, Una tartaruga in testa, curato da Giuseppe Napolitano per “la stanza del poeta”, Ellegrafica, Gaeta, 2011.

 

 

Mohammed El-Amraoui 1

“la poesia di Mohammed è frutto di una attenta osservazione della realtà commista a non perduti sogni di tempi migliori. Ironico e sognatore, egli ha la capacità di sorprendere anche nei testi apparentemente colloquiali, nei quali si va a cogliere sempre un quasi misterioso approccio a tempi altri, a movenze insolite dello spirito.”

MOHAMMED EL-AMRAOUI (Marocco-Francia) è nato a Fès, Marocco nel 1964 e vive a Lione dal 1989. Scrittore e drammaturgo, è linguista e filosofo di formazione. Scrive sia in arabo che in francese. Dal 2001 anima la rivista Les Cahiers de Poésie e da diversi anni partecipa a festival nazionali e internazionali, sia in letture singole che accompagnato da musicisti (classici, jazz o di musica tradizionale marocchina) con i quali crea letture sceniche, simili a spettacoli teatrali. Intensa anche la cooperazione con fotografi, pittori, calligrafi o videoartisti. Dal 1991 si occupa di atelier di scrittura in centri sociali e culturali, scuole, biblioteche, carceri e ospedali psichiatrici.  È traduttore dall’arabo al francese e ha curato l’ Anthologie de la poésie marocaine contemporaine  (Bacchanales, Maison de la poésie Rhône-Alpes, 2006). Suoi testi compaiono in riviste, quotidiani, antologie, libri d’artista. Tra le sue raccolte di poesia ricordiamo  Accouchement de choses (Dumerchez, 2008); Récits, partitions et photographies (La Passe du Vent, 2007), De ce côté-ci et alentour (L’Idée bleue, 2006). In arabo ha pubblicato la raccolta  Al-nâfidha al-ahad wa-ayyâm ukhr â (“La finestra, la domenica e altri giorni”).

 (Traduzione dal francese di Mena Savore)

Frammento di Une tortue dans ma tête 

 

Une tortue toute tordue 

se promène dans ma tête

 

Elle rencontre un nuage 

en forme de chèvre 

et lui dit :

Quelle drôle de chèvre

tu es !

Et ta laine

on dirait un nuage !

 

Le nuage éclate de rire

et se met à pleuvoir

 

La tortue continue son chemin 

entre les veines, les synapses

et les idées

 

Elle rencontre 

un bonhomme 

revêtu d’un drap

de soie blanche

 

Dans son nez une carotte, 

sur sa tête une colline 

de farine,

et faisant des moulinets

avec une paire de cannes à sucre

Elle lui dit :

Est-ce qu’tu danses

ou tu livres un combat

contre l’air ?

 

Le bonhomme 

continue è tourner rapidement 

les bâtons dans ses mains

 

Les bâtons prennent l’allure

d’une pluie

qui retombe entre les doigts

 

La tortue l’interroge furieusement : 

Est-ce une danse ou un rude combat ?

 

Il s’arrête étonné et lui dit :

Je ne bats ni le vent,

ni la mesure,

mais je bats des œufs d’neige !

 

La tortue continue son chemin

Et s’arrête sous une lune

Biscornue,

Allongée comme un nez

 

Et rencontre

deux bisous assortis, 

habillés, on dirait, pour une fête

Mais vous êtes, oh ! mon dieu !

on dirait des jumeaux !

 

Les bisous se regardent 

s’entrechoquent, 

et clapotent

 

Clapotis clapotis

clapotis bisoutis

bisoutis grignotis

grignotis clapotis…

 

 

Frammento di Una tartaruga in testa

 

Una tartaruga tutta storta

cammina nella mia testa

 

Incontra una nuvola

a forma di capra

e le dice:

Che capra buffa 

tu sei!

e la tua lana 

la si direbbe una nuvola!

 

La nuvola scoppia a ridere

e si mette a piovere

 

La tartaruga continua il suo cammino

per le vene

le sinapsi e le idee

 

E incontra

un brav’uomo

vestito da un drappo

bianco di seta

 

Nel suo naso una carota

sulla testa una collina

di farina

che fa dei mulinelli

con un paio di canne da zucchero

Lei gli dice

Ma tu danzi 

o contro l’aria 

ti vuoi mettere a combattere?

 

Velocemente

il brav’uomo continua

tra le sue mani a girare i bastoni

 

I bastoni prendono la velocità

di una pioggia

che ricade fra le dita

 

La tartaruga l’interroga infuriata

È una danza o un duro combattere?

 

Stupito quello si ferma e le dice

Io non batto il vento

né la misura

ma batto delle uova a neve!

 

La tartaruga continua il suo cammino

e si ferma sotto una luna

biscornuta

allungata come un naso

 

E incontra due baci assortiti

abbigliati

si direbbe per una festa

Ma, mio dio 

Si direbbe voi siete due gemelli!

 

I baci si guardarono

s’intrecciano

e applaudono

 

Clap clap 

clap smack

smack crunch

crunch clap…

 

 

(Traduzioni dall’arabo e dal francese di Elena Chiti)

 

 

Ascension

 

Nous marchions dans la rue, et la lumière timide des réverbères convenait à nos pas, et nos mains perdaient d’un coup leur mouvement naturel et savaient à peine remuer les doigts comme si elles cherchaient pour la première fois 

à saisir

 

          pour la première fois

  

le sens premier  de

 

frôler caresser ou laisser seulement seulement

 

le frisson rencontrer sans obstacles aucun toutes les collines du corps, et il suffisait alors d’incliner alors 

 

ma tête à droite (tu étais à ma droite) pour que de l’aisselle remonte l’odeur d’une mer que la carte ne connaît pas, pas encore, et

 

me rappelle très bien le branchage, Allées de la résistance, sous lequel mes lèvres ont commencé leur ascension – debout

sous 

la pluie, et la pluie

 

tressait ses fils autour de nous et construisait pour nous une pièce dont les murs étaient sans couleur, non pas des murs, plutôt des vitres faites d’eau et qui préféraient sûrement rester invisibles et secrets

 

(tel l’amour).

 

Ascesa

Camminiamo insieme per strada, la luce timida dei lampioni segue i nostri passi, le mani perdono all’improvviso la loro naturalezza, quasi non sanno piú muovere le dita, come se volessero per la prima volta penetrare

per la prima volta

il senso primo

 

del tatto o la carezza o lasciare solo solo

che il tremito incontri, senza ostacolo, le colline del corpo;

 

poggio il viso a destra (sei alla mia destra) e dalla tua ascella sale un odore di mare che il mappamondo non conosce, non conosce ancora e

 

ricordo anche rami, in piazza della Resistenza, dove le mie labbra iniziano l’ascesa – fermi

 

sotto

 

la pioggia, e la pioggia

 

che intreccia i suoi fili costruisce per noi una stanza con pareti incolore, che non sono pareti ma vetri d’acqua che preferisce restare invisibile e segreta

 

(come l’amore.)

 

 

Abricot 

 

Sur la table 

la petite corbeille d’abricots

avait un atout majeur

contre le discours du ministre à la télé _ 

J’ai pensé :

Uu seul noyau dur

une seule et grosse graine

qu’une chair de consistance souple

enveloppe

avec un dégradé de rouge et de jaune

piqueté de tâches de rousseur

qui virent quelques fois vers le noir

et sa forme ronde

lui a permis, peut-être, de rebondir

de terre en terre

de la Chine, à la frontière de la Russie

jusqu’à l’Arménie, puis la Grèce

puis l’Afrique et l’Arabie

puis L’Amérique

et le nom

garde sur le bout de la langue

(avec beaucoup d’amour 

pour la langue)

les syllabes anciennes 

de ses anciens abris 

Prœcoquum  Praikokion  Al-barqûq

Albaricoque  Albercoc

Aubercot

 

Devant moi

se tenait le fruit 

d’une longue immigration

 

 

Albicocche

Sulla tavola

il cestino di albicocche

aveva un vantaggio fondamentale contro il discorso del ministro in tv_ Ho pensato:

Un solo nocciolo duro un solo grande seme

che una polpa dalla consistenza molle avvolge

in una sfumatura di rossi e di gialli picchiettata di lentiggini

che a volte diventano nere e la forma rotonda

le ha permesso, forse, di rimbalzare di terra in terra

dalla Cina ai confini della Russia fino all’Armenia, poi la Grecia poi l’Africa e l’Arabia

poi l’America e il nome

ha ancora sulla punta della lingua

(con tanto amore per la lingua)

le sillabe antiche degli antichi approdi

Prœcoquum Praikokion Al-barqûq

Albaricoque Albercos Aubercot

 

Avevo davanti

il frutto

di una lunga immigrazione.

 

 جغرافيا

في كتاب جغرافيا

جناح فراشة

جفّ لونها

أعطتني إياها امرأة

التقيتُ بسرّتها

مساءً واحدا

“منذ زمن، منذ زمن”

قلت.

الوقت عابر هنا

والمدن خطوط جامدة

وأرقام وأبجدية

لتثبيت

وهمِ المسافة

وفي نقطة

في دائرة صغيرة

اسمٌ

تسكن به

المرأة التي

التقيتُ بسرّتها

مساء واحدا

(الاسم

نقطة تلتهبُ

تسقط فيها الذاكرة ـ

لكني

أرى

فراشات

تحوم حوله؛

أقلّ وزنا، ولذا

لا تُسقطها

جاذبيةُ النقطة.

تحومُ

ـ  في حكاية فارسية،

قال الحكيم

أبو الفراشات:

لكي تعرف الفراشة

معنى اللهب،

عليها أن تحترق.

 الوجود أم المعرفة.

الرغبة فقط في.

دون.

لا

أعرف معنى

أن تصبح السرّة

فقط

نقطة شبيهة

بالعدم

تحيط بها فراشات

ذهنية

 

Geografia

 

Dentro un libro di geografia

ali di una farfalla

dalla tinta disseccata

me l’ha data una donna

il cui ombelico

ho incontrato

una sera

 

“tempo fa, tempo fa”

dico.

 

Il tempo fugge

e le città sono linee rette

e cifre e lettere

a rafforzare

l’illusione della distanza

 

e in un punto

 

in un piccolo cerchio

un nome

in cui abita

la donna

il cui ombelico

ho incontrato

una sera

 

(il nome

è un punto che s’infiamma

su cui cade il ricordo –

ma

 

vedo

farfalle

che si librano intorno;

più leggere, così

non le fa cadere

la forza di attrazione del punto.

Si librano

 

 

- in una favola persiana

dice il saggio

conoscitore di farfalle:

per conoscere la fiamma

la farfalla

si deve bruciare.

 

Esistenza o conoscenza.

 

 

In me solo desiderio.

Senza.

 

Non

conosco il senso

di un ombelico che diventa

solo

un punto simile

al niente

circondato dalle farfalle

della mente

 

 

(Traduzioni dall’arabo e dal francese di Maria Cristina Faccanon)

 

Poème d’amour en état de guerre

 

Je hume dans tes seins

l’odeur de la terre

la terre que mes pas ont quittée

 

Je hume l’oreiller de tes rêves

quand tu dors avant moi

et quand tu dors 

après moi

 

Je hume la brise de ton souffle 

quand l’air devient fumée

 

car leurs maisons, détruites

les gens habitent leurs rêves

 

Et moi

depuis quarante ans

je n’habite 

que le vent de ton parfum

 

Je n’ai d’autre maison

d’autre toit 

que ton cœur 

 

car l’amant

quand les guerres le chassent

que les exils le poursuivent

se jette dans les bras de l’aimée

 

Et si je voulais monter au pays

je laisserai mon poème grimper

à tes nattes

Si je voulais voyager

je chevaucherais tes sandales

sous la pluie, sous les arbres

et nuitamment sous la lumière de la lune

 

Si je voulais dormir

je déplierais les lignes de ta dernière lettre

 

Gloire à celui qui a étreint l’amour 

sous la mitraille

 

Gloire à celui qui a dit 

que la paix

est une herbe

qui pousse 

dans le cœur 

de l’aimée

 

Canzone d’amore in stato di guerra

 

Aspiro nei tuoi seni

l’odore della terra

la terra che i miei passi hanno lasciato

 

aspiro il cuscino dei tuoi sogni

quando dormi prima di me

e quando dormi dopo di me

 

aspiro la brezza del tuo soffio

quando l’aria si fa fumo

poiché, una volta distrutte le case,

la gente abita i sogni

 

E io,

da quarant’anni

abito soltanto

il vento del tuo profumo

 

Ho solo il tuo cuore

come casa

come tetto

 

poiché l’amato,

cacciato dalle guerre

perseguitato dagli esili

si getta fra le braccia dell’amata

 

Se volessi salire in patria

mi arrampicherei  sulle tue trecce

 

Se volessi viaggiare

cavalcherei i tuoi sandali

sotto la pioggia, sotto gli alberi

alla luce della luna

 

Se volessi dormire

piegherei le righe  della tua ultima lettera

 

Gloria a chi abbraccia l’amore

sotto il mitra

 

Gloria a chi ha detto

che la pace è un’erba

che  spunta nel cuore dell’amata

 

 

                       Jérusalem 

                                                  à Sapho

 

Deux quartiers de lune séparés par un fil de sang, lui-même entortillé étrangement autour d’un vide.

 

Ainsi le vide. Bien vertical. Pourtant la spirale le remonte, comme on remonte un gène.

 

(Il faut penser au schéma abîmé d’un adn).

 

Une vieille parenté vire vers un vert pâle.

 

A gauche comme à droite, le chiffre 1, partout dédoublé et planté, rehaussé d’une espèce de chapeau en ciment ou métallique. Tombeaux, vestiges, murs, lucarnes, invocations, emplis de fantasmes. Panneaux d’interdiction. De temps à autre, le ciel, sinon un brouillard

 

le long de soi

avec chars et ailes de pierres.

 

Allongé dans mon lit, je vois au bout de la fenêtre : Des branches sèches- juste le haut des branches fines et nues.

 

Il y a sans doute tronc, racines et tartre derrière, à moins qu’un artifice les a collées au dormant de ma vue.

 

Peu importe. 

 

Il y a ce que je vois et ce que je ne vois pas. Mais depuis quelques heures déjà, la voix d’une femme m’est devenue amicale.

Un air aussi nu que les branches le traverse, mélodieusement, dieusement.

 

Dehors, 

une radio grésille et  crache la même nouvelle: 

On a fourré la ville, entièrement, ouest et est dans une cartouche à balles

 

 

Jerusalem                                                                                                                                                                                                           a Saffo

 

Due quarti di luna separati da un filo di sangue, anch’esso attorcigliato bizzarramente attorno al vuoto.

Il vuoto, proprio così. Proprio verticale. Eppure lo risale la spirale, come si risale un gene.

(Pensiamo allo schema deteriorato del DNA).

Una vecchia parentela vira verso un verde pallido.

A destra e a sinistra, il numero 1, dovunque, sdoppiato e piantato, elevato da una specie di cappello di cemento o metallo. Tombe, vestigia, muri, abbaini, invocazioni, riempiti di fantasmi.Cartelli di pericolo. Ogni tanto, il ciel, altrimenti nebbia.

 

lungo se stessi

con carri e ali di pietra.

 

Steso a letto, vedo al di là della finestra: rami secchi – solo la punta di rami sottili e spogli.

 

Dietro, probabilmente, tronco, radici e tartaro. A meno che non siano stati incollati laggiù e, nel riquadro del mio sguardo, da un artificio.

 

Poco importa.

 

Esiste ciò che vedo e ciò che non vedo… Ma già da qualche ora una voce di donna si è fatta amica.

 

Un’aria spoglia quanto quei rami che l’attraversano, melodiosamente, con deità.

 

Fuori,

una radio gracchia e sputa la stessa notizia:

La città è stata tutta perquisita, da ovest a est, in una cartuccia.

 

 

Mémoire de guerre

 

Tous les jours,

à 9h16 sur le quai J

des wagons enchaînés 

passent 

dans un rythme régulier

 

portant des troncs d’arbres

gigantesques, 

eux-même portant

des chiffres et des lettres 

renversés 

en rouge et vert.

 

Une fille se pointe 

avec un vélo

et un manteau léger 

de couleur beige

qu’il fasse chaud ou froid.

 

Son regard est concentré 

sue l’autre rive du quai,

droit et statique 

comme celui des aveugles.

 

Onze piliers numérotés

de 7 à 18

couronnés 

de vieux panneaux identiques

 

« attention au pilier »

 

et de barres à franges métalliques.

 

Sur l’un d’eux, 

une inscription confuse, 

je déchiffre 1942 

et plus loin, à gauche, 

à la main, 

1982.

 

Les toits descendent leurs pentes

lentement

comme pour éviter 

que les tuiles, déjà brunies

et ourlées de mousses 

vertes et mélancoliques,

ne se dégringolent- 

ce qui n’est guère improbable-

et descendent, 

alignés, 

reliés par un trait  de fer gris, 

formant un demi cercle 

où ces mêmes tuiles 

convergent 

dans un mouvement 

de perspective inachevé 

vers moi, 

qui suis sur le quai, 

à côté de la fille à vélo.

 

Les arcades accusent un air 

d’effritement et d’usure.

 

Aujourd’hui à 9h16, 

les wagons passent 

avec d’autres sculptures 

éphémères,

 

la fille se pointe, 

le manteau plié, déposé 

sur le guidon du vélo,

les yeux baissés,

sur l’autre rive.

 

La silhouette, 

que pour la première fois

je vois,

hors manteau, 

mince et presque plate, 

telle un carton étiré 

par un fil invisible,

paraît annoncer 

ouvertement 

une substance évasive,

une maladie,

ou simplement 

une singularité anatomique.

 

Un grand rideau 

en plastique gris

avait effacé l’arrière plan du quai.

 

 

Memoria di guerra

 

Ogni giorno

alle 9 e 16 sui binari

passano

dei vagoni in catene

a un ritmo regolare

 

trasportano tronchi d’alberi

giganteschi,

recanti

anch’essi

lettere e numeri

alla rovescia

rossi e verdi

 

Arriva, in bici, una ragazza

dal mantello leggero

color beige,

che faccia caldo o freddo.

Il suo sguardo si concentra

dritto  e statico

come quello dei ciechi,

dall’altra parte del binario.

 

Undici pali numerati

da 7 a 18

con vecchie targhe identiche

 

“attenti al palo”

 

e sbarre frangiate di metallo

 

Su uno di questi,

una confusa incisione,

intravvedo 1942

e più in là, a sinistra,

scritto a mano,

1982.

 

I tetti scendono giù dalla loro inclinazione

lentamente

come per evitare

che le tegole, già nerastre

e dagli orli verdi

e malinconici di muschio

precipitano-

cosa improbabile-

e scendano,

allineate,

tenute insieme da un pezzo

di fil di ferro grigio,

un semicerchio quasi

in cui convergono

le stesse tegole

con movenze di prospettiva interrotta,

verso di me

sul marciapiede della stazione

accanto alla ragazza in bici.

 

I portici emanano un’ aria

di  sfaldamento e usura.

 

Oggi alle 9 e 16,

passano i vagoni

con altre effimere sculture,

 

la ragazza arriva,

il mantello piegato e sistemato

sul manubrio della bici,

con gli occhi bassi

rivolti al marciapiede opposto.

 

La figurina,

che vedo

per la prima volta,

senza mantello,

sottile e quasi piatta,

come un foglio di cartone

tirato da un filo invisibile

sembra palesemente

annunciare

una sostanza evasiva,

una malattia,

o semplicemente

una singolarità anatomica.

 

Un grande tendaggio

di plastica grigia

aveva cancellato il fondale

del binario