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sabato 21 aprile 2018 3:34
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Posted by on apr 11, 2018 in Articoli | 0 comments

Giuseppe Còntini: da uomo di legge a poeta, un amore nato per caso

 

A cura di Giulietta Rovera

Nella vecchiaia la montagna è come un sogno, / da vedere dalla finestra con la fantasia, / la pianura è da guardare / seduto in un seggiolone nel loggiato. / I profumi della natura / sono ricordi di gioventù. / Si ha freddo anche d’estate. 

Sono questi alcuni versi tratti da una poesia di Giuseppe Còntini. Nostalgia della giovinezza, ricordi, consapevolezza dell’ineluttabile scorrere del tempo, rimpianti, amore per l’amata terra di Sardegna sono i temi ricorrenti di questo autore dal tocco delicato e personalissimo.  Sembra quasi di vederlo il salice che all’inizio della primavera “si è svegliato, / ha tirato fuori le foglie / per fornire riparo dal caldo  / agli uomini ed agli uccelli / che arrivano da ogni parte / cantando e raccontando storie / di posti lontani.” Come sembra di percepire i sapori, le fragranze, i suoni  e i colori dei luoghi della sua giovinezza. “Le voci delle pecore e dei pastori, / l’onda del mare che bisticcia con la costa, / la roccia del monte  / che scricchiola sotto il sole” costituiscono una sorta di musica di sottofondo che l’ha accompagnato sempre nel corso della vita.

Un personaggio, Giuseppe Còntini, che val la pena di incontrare e conoscere per la vasta cultura, ma anche perché atipico, e non solo nel mondo letterario italiano. Còntini infatti ha dedicato la sua vita non alle lettere, ma allo studio e all’insegnamento del diritto.  Nato a Cagliari, e vissuto per lunghi anni nel capoluogo sardo, si laurea in legge con una tesi in Diritto Costituzionale all’inizio degli anni ‘50. Di quel giorno, ha un ricordo curioso: “Era il 15 novembre. Entrai nell’aula a discutere la tesi e ne uscii con la nomina a assistente incaricato”, dice sorridendo. Ha inizio così la sua carriera, nel corso della quale ha girato mezzo mondo insegnando nelle università più prestigiose, ricoprendo in qualità di esperto svariati ruoli per  incarico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Consiglio d’Europa, di varie Regioni italiane, dell’OCSE a Parigi, del CNR. Dal Regno Unito alla Polonia, dall’Unione Sovietica alla Russia, dagli USA all’Argentina, se lo sono conteso per la serietà, la professionalità, la competenza.

L’amore per la poesia nasce inavvertito, a poco a poco. Profonda impressione avevano suscitato in lui, ragazzo, Neruda e il capolavoro di Edgar Lee Masters “Spoon River”, ma trascorreranno anni prima che senta l’esigenza di esprimersi in poesia. Verso la metà degli anni ’80, nel corso di una dolorosa parentesi della vita, mentre si trova solo, lontano da casa per via della professione, prende carta e penna e riversa sulla pagina bianca pensieri, emozioni, turbamenti. Da quel giorno scrivere in versi gli diventa spontaneo e necessario, quasi sia emerso un lato della sua personalità fino ad allora rimasto segreto. Mesi dopo, gli capita in casa un amico che accidentalmente prende in mano quei fogli, li legge e, rimasto colpito da stile e contenuto, decide di pubblicare su una rivista le poesie. Còntini accetta a patto di firmare con uno pseudonimo: Bomidri Conte. Lo stratagemma ha vita breve. Quando la verità salta fuori, l’autore accetta di usare il suo vero nome e di pubblicare in volume le poesie che si sono accumulate nel corso degli anni – sarà presentato con successo nell’aula magna dell’Università.

“E’ cominciata così, quasi per caso, questa avventura che è continuata a durare nel tempo e tuttora mi intriga”, dice Còntini. Il fatto curioso non è che poeta e uomo di legge coesistano, ma che utilizzino lingue diverse. Mentre i saggi accademici sono pensati e scritti in italiano, le poesie lo sono in sardo: lingua imparata da bambino non da genitori e parenti, perché in casa era vietato l’uso del dialetto per timore di danneggiare il piccolo nell’apprendimento dell’italiano, ma dalle persone di servizio. “Quello che ho interiorizzato, pertanto, non è un sardo letterario, ma rustico, verace: quello parlato.”, dice Còntini. “Scrivo poesie come penso e parlo.” Non è casuale, quindi, che alcune delle raccolte da lui pubblicate – come “Mazzamurru,  poesias in sardu-campidanesu et in italianu”, Edizioni Nemapress – siano in sardo con il testo a fronte in italiano. Giuseppe Còntini non coltiva solo passioni, ma anche hobby. Come la collezione di soldatini di piombo, che risale all’infanzia, fortunosamente salvata in parte dalle macerie della casa distrutta dai bombardamenti durante l’ultima guerra. Si possono ammirare, raccolti in un ordine impeccabile in vetrinette nell’ingresso del palazzo storico dove risiede da quasi trent’anni nel centro storico della capitale. Una casa dove gli alti soffitti a cassettone dipinti, quadri d’autore e drappeggi, mobili antichi e confortevoli poltrone trasudano eleganza e calore, confort e raffinatezza. Ciò che riserva sorprese è lo studio del professore, dove se è scontato che abbondino libri e fascicoli, lo è meno il fatto che le scaffalature siano state non solo disegnate, ma costruite da lui. “La manualità è una dote che ho ereditato da mia madre, dice. I lavori di falegnameria mi appagano, mi rilassano e mi permettono di pensare ad altre cose, aiutandomi alle volte a risolvere problemi attinenti alla mia attività in campo giuridico. Qui come nella villa di Flumini di Quartu e di Campagnano.”

Lo guardi e ti fa strano che quest’uomo dall’aria severa e compassata, che all’aspetto ricorda vagamente Giuseppe Verdi, si diletti a scrivere racconti e poesie, all’ascolto di Bach e Mozart – è stato fra i fondatori di un’associazione musicale di Cagliari – e a fare il falegname con tanto di pialla, sega e sgorbia. “Faccio anche l’elettricista, dice serio serio. L’impianto elettrico nello studio di Campagnano è opera mia.”

In bell’ordine, su di un ripiano della biblioteca, sono appoggiati i fascicoli contenenti poesie ancora inedite. “Scrivo sempre a mano, poi ribatto a macchina e mia moglie – Luisa Bussi, anche lei docente di diritto e scrittrice -, ribatte a sua volta al computer”, dice sfiorando il ripiano della scrivania da lui costruita con la mano dalle dita sottili. Accanto a penne e libri, una delle ultime poesie, breve come gli haiku, i celebri componimenti nati in Giappone del diciassettesimo secolo, dal titolo Eternidadi. Su tempus chi no est tempus, / chene cumenzu né accabu. /S’eternidadi. Eternità. Il tempo che non è tempo, senza inizio né fine. L’eternità.