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sabato 15 dicembre 2018 20:46
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Posted by on lug 16, 2018 in Articoli, Rubrica "IL GRIDO E IL SUSSURRO" | 0 comments

Hussein Habasch

 

IL GRIDO E IL SUSSURRO, l’angolo della poesia contemporanea internazionale

a cura di Zingonia Zingone

La poesia è sussurro divino e urlo che si alza dalle viscere dell’uomo. È rigorosa ricerca della verità. Un linguaggio universale che spinge il lettore a spogliarsi del superfluo e penetrare in sé, in quello spazio interiore dove non esistono barriere e ciascuno è battito di un battito più forte.

Il grido e il sussurro propone un viaggio attraverso le parole e i gesti del mondo. Ogni mese un poeta, un messaggio, uno spunto di riflessione.

 

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Hussein Habasch è un poeta siriano appartenente all’etnia curda e residente in Germania. Le sue poesie esprimono un bisogno profondo, quasi viscerale, di “avere una patria”: Non ho una patria dove scrivere sui muri / con il gesso dell’infanzia: Evviva! / Non ho una patria da sopportare ogni mattina / mentre afferro la tazza del caffè, / mente il sole lustra la mia pelle.  Infatti, i Curdi costituiscono uno dei più grandi gruppi etnici privi di unità nazionale. Presenti principalmente in Iran, Iraq, Siria, Turchia e Armenia, per oltre un secolo i Curdi hanno cercato di ottenere la creazione di un “Kurdistan” indipendente, ma i governi degli stati che li ospitano si sono sempre opposti attivamente alla possibile creazione di uno stato Curdo.

 

Un secondo elemento che risalta nei versi di Habasch è la sua condizione di esule, costretto a vedere da lontano la barbarie che giorno dopo giorno colpisce la sua terra natale seminando sangue e dolore. Scrivere gli permette di rimanere a galla nell’immenso deserto chiamato esilio, dove la poesia diventa uno strumento di denuncia, un gesto di solidarietà. La sua personalità concreta e aperta lo porta a riconoscere la mano che gli tende la Germania e arriva a ringraziare l’esilio per i giorni di vita che esso gli concede: ringrazia per i giorni trascorsi in esilio / perché i suoi giorni continuano / e il suo sole splende su di te.

Dimenandosi tra impotenza e attivismo, il poeta cerca una via d’uscita dal confino spirituale nel quale l’uomo è costretto a vivere. La battaglia si allarga all’esistenza intera: I curdi vivono sulle montagne / … / Vogliono soltanto stare vicino a Dio. Da dove viene la forza per andare avanti? Dall’amore, ci dice Habasch: Che fai in tempo di guerra? / Scrivere poesie d’amore. / E cos’altro? / Lottare / per amare di più.

 

Hussein Habasch scrive sia in arabo che in curdo – il curdo non è una entità linguistica standard con lo status di lingua ufficiale, bensì è un insieme di dialetti simili, tutti appartenenti al ramo iranico dei linguaggi indoeuropei – e le poesie che proponiamo in questo numero sono state composte un po’ in una lingua e un po’ nell’altra. Su richiesta dell’autore, le presentiamo unicamente in italiano.

Le sue poesie esprimono un bisogno profondo, quasi viscerale, di “avere una patria”: Non ho una patria dove scrivere sui muri / con il gesso dell’infanzia: Evviva! / Non ho una patria da sopportare ogni mattina / mentre afferro la tazza del caffè, / mente il sole lustra la mia pelle

HUSSEIN HABASCH (Siria) è nato ad Afrin, in Kurdistan, nel 1970 e attualmente risiede a Bonn, in Germania. È un poeta che scrive in curdo e arabo. Le sue poesie sono tradotte in molte lingue tra cui inglese, tedesco, spagnolo, francese, cinese, turco, persiano, albanese, uzbeco, russo e rumeno; e sono presenti in svariate antologie internazionali. Con dieci raccolte poetiche a suo favore, i suoi libri sono stati pubblicati in Amman, Spagna, Siria, Inghilterra, Albania, Romania, Puerto Rico, El Salvador e Costa Rica. Ha partecipato a numerosi festival internazionali di poesia ed è attivo nella difesa dei diritti umani attraverso la poesia.

(Traduzioni dallo spagnolo di Zingonia Zingone)

 

La patria per te

 

Guardo il legno

e ricordi gli alberi

guardo gli uccelli

e ricordo il volo

guardo il cielo

e ricordo la pioggia

guardo i treni

e ricordo il viaggio

ti guardo

e ricordo gli alberi

il volo

la pioggia

e il viaggio

e poi costruisco

con il legno un letto

con gli uccelli le ali

con il cielo un lenzuolo

e con i treni una patria.

 

L’innamoramento di due alberi

 

Due alberi

s’innamorarono follemente.

Il perfido taglialegna

li tagliò dal tronco

e se li portò a casa.

Nel camino del boscaiolo

i due alberi s’incontrarono per caso,

si abbracciarono gioiosamente

e bruciarono insieme.

 

 

Sii paziente con il tuo esilio

 

Fai attenzione alla morte

e non dire che è bello morire,

che è più tenera la morte dell’esilio,

soltanto la morte sa di essere vile

e la sua presenza deprimente.

 

Pensa a te

e ringrazia per i giorni trascorsi in esilio

perché i suoi giorni continuano

e il suo sole splende su di te.

 

Sii paziente con il tuo esilio.

 

 

Delusione

 

Non ho una patria dove scrivere sui muri

con il gesso dell’infanzia: Evviva!

Non ho una patria da sopportare ogni mattina

mentre afferro la tazza del caffè,

mente il sole lustra la mia pelle.

Non ho una patria che mi consegni il suo polmone

né una a cui consegnare il mio,

una per la quale essere il chiasso

una che sia la mia voce,

sarò il birichino, il malevolo, il ribelle e l’arduo

e sarò il saggio, l’intuitivo, il pietoso e colui che ha un cuore grande.

Non ho una patria dove incidere

sul rame di una casa: benvenuti amici,

questa è la casa di Hussein Habasch.

Non ho una patria dove ubriacarmi nelle taverne

fino all’ultimo respiro della notte,

dove girovagare per le vie,

dove il mio cuore sia il suo suolo,

una che mi nutra e io nutra

che mi ascolti e io ascolti

come fossimo buoni amici.

Ma io non ho una patria…

 

 

Beethoven e i curdi

 

Quando lo osservo

mi sembra triste,

è Beethoven.

 

I curdi,

con i loro passi saldi

circolano per il centro della città

ma non si curano della nostalgia.

 

Beethoven piange.

 

Osservo il Reno

che divide la città in due bocconi,

mi sembra triste.

– Per caso piange l’Eufrate

quando è triste?

 

 

Fonte

 

La mamma allatta il suo bambino

il suo seno è la fonte.

La donna offre il suo amore gratuitamente

il suo cuore è la fonte.

L’uccello vola nell’orizzonte

le sue ali sono la fonte.

La penna balla sul foglio

l’inchiostro è la sua fonte.

“La testa del poeta crolla

in mezzo alla piazza,

è la fonte.”

 

 

Come se io fossi te

 

Come se tu fossi una candela

e io il tuo cerino

ti accendo.

 

Come se tu fossi due colombe

e io un serpente

mordo la punta dei tuoi capezzoli.

 

Come se tu fossi la cupola di un palazzo gigante,

e io la tua volta

ondeggio per te.

 

Come se tu fossi l’inventrice dello zucchero

e io il diabetico

a causa della tua dolcezza.

 

Come se tu fossi un paio di orecchini

alle orecchie del vento

e io l’erede di un paio di ali

per correre dietro al vento.

 

Come se tu fossi acqua leggera

e io il fiume

che accompagna la sabbia verso di te.

 

Come se tu fossi il fuoco che si spegne

e io la tua fiamma..

 

Come se tu fossi tu

e io fossi te.

 

 

In ricordo di Halabca

 

Abbia pietà Sig. Cianuro,

la mostarda di zolfo,

i processi chimici…

Abbiate pietà dei corpi dei bambini curdi,

del raccolto dei curdi,

delle sorgenti dei curdi

degli uccelli dei curdi,

delle pietre dei curdi,

delle tombe dei curdi…

 

Abbia pietà eccellentissimo Sig. Genocidio,

abbia pietà affinché cresca

l’erba verde sulle colline dei curdi

e sulle sue montagne i cuori bianchi.

Abbia pietà lei che si dedica a devastare,

a schiacciare.

 

Abbia pietà gas invisibile,

filtrato nei polmoni dei curdi,

trasparente stimolatore dei nervi,

inequivoco e assoluto assassino…

Abbia pietà,

i curdi continuano a sognare

la pioggia divina

e non quella degli aerei.

 

 

I curdi e Dio

 

I curdi vivono sulle montagne

Non per nulla

Vogliono soltanto stare vicino a Dio

 

* * *

 

Dio ama la pianura

Non per nulla

Non vuole vedere la sofferenza dei curdi

 

 

Amare in tempo di guerra

 

Che fai in tempo di guerra?

Scrivere poesie d’amore.

E cos’altro?

Lottare

per amare di più.

 

 

Piangere

 

Pianse al mattino

pianse alla sera

pianse di notte,

al mattino perse il figlio

la sera ne perse un altro

e l’ultimo lo perse di notte.

La mattina dopo piansero per lei

a mezzogiorno piansero per quelli che avevano pianto per lei

non ci fu più pianto di notte

tutta la città era inondata di sangue.

 

 

Domani sarai vecchio 

(A me manca ancora mezzo secolo)

 

Domani sarai vecchio

non smetterai mai di usare gli amuleti

camminerai da solo

e parlerai con te stesso

come fanno tutti i vecchi.

Sarai insopportabile, un po’ sordo e dal passo lento,

chiederai aiuto quando ne avrai bisogno

e nessuno ti risponderà.

Sognerai molto il tuo passato

e i giorni belli,

intanto tuo nipote penserà al futuro

e ai giorni che verranno.

Maledirai molto questa miserabile generazione

e ripeterai come un disco rotto:

com’era meravigliosa la nostra schifosa generazione!

Sarai la barzelletta di famiglia,

ti prenderanno in giro

e così i tuoi gesti che consideravi corretti.

Porterai sulle labbra un sorriso tiepido

ogni volta che sentirai pronunciare

parole testarde, superbe, che sperano nel futuro

e forse scoppierai a ridere.

Le tue ossa perderanno vigore

per le malattie

che senza chiedere il permesso

invaderanno il tuo corpo.

Si spegnerà ogni tuo desiderio

tranne quello di morire.

Senza compagni e amici

la solitudine sarà il tuo sostegno,

il tuo compagno nel cammino.

Ti starai sempre preparando per partire

e la tomba ti farà compagnia,

tutti gli angeli si allontaneranno da te e ti castigheranno

soltanto Serafino si farà vicino, l’unico amico,

ma prima di andartene forse dirai:

quando sarò morto seppellitemi qui 

nel cimitero degli stranieri,

e forse queste parole saranno

il tuo ultimo testamento.