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sabato 15 dicembre 2018 20:45
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Posted by on set 26, 2018 in Articoli, Slideshow | 0 comments

Inge Feltrinelli: “Una Donna fuori dal comune”

A cura di Giulietta Rovera

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 Nel 2005 ho scritto e pubblicato presso gli “Editori Riuniti” un libro-inchiesta dal titolo ““Come io mi voglio – Trenta protagoniste si raccontano”. Ogni capitolo raccontava la storia di una donna che era emersa nel panorama italiano per le sue capacità artistiche, manageriali, scientifiche: Margherita Hack, Dacia Maraini, Liliana Cavani … e Inge Feltrinelli. Penso sia interessante rileggere oggi, a pochi giorni dalla sua scomparsa, il capitolo nel quale compare la lunga intervista di Inge, una delle poche da lei concesse nel corso della sua vita fuor del comune. Fra gli altri riconoscimenti, ricordiamo che a Inge è stato assegnato l’Oscar di Minerva nel 2008 consegnatole da Anna Maria Mammoliti, fondatrice del Premio e della rivista Minerva.

Giangiacomo Feltrinelli, un nome che è diventato un simbolo e per alcuni un mito. Per aver pubblicato successi clamorosi come Il dottor Zivago di Boris Pasternak e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, due anni soli dopo aver fondato la casa editrice che porta il suo nome, nel ’55. Per l’impegno politico. E per la tragica fine. A trent’anni dalla scomparsa, il Museo Strauhof di Zurigo gli ha dedicato una mostra documentaria, l’ormai storica rivista svizzera Du un numero speciale. Nel nostro Paese, dove le librerie vanno scomparendo a causa del disinteresse degli italiani nei confronti del libro, le ‘Feltrinelli’ sono più vive che mai. “Nel ’72, quando morì Giangiacomo Feltrinelli, avevamo sette librerie. Oggi ne abbiamo novantaquattro”, dice Inge Feltrinelli, presidente della casa editrice dal ’72. I corti capelli ramati, il volto rotondo poco o nulla truccato, la carnagione rosata, sprigiona energia, vitalità, attivismo, pur sedendo composta, quasi immobile nel salottino della Feltrinelli a Milano, a due passi dalla Scala e dal Duomo.

Com’è entrata nel mondo dell’editoria? “Quando conobbi Giangiacomo, nel ’58. La mia vita comincia in Germania, a Gottinga. Mio padre era ebreo, fu costretto ad emigrare quando ero ancora bambina. Dopo il divorzio, mia madre si risposò con un ufficiale di cavalleria, che mi protesse molto durante il nazismo”. Finisce la guerra,  la Germania è economicamente a terra: c’è un disperato bisogno di rimboccarsi le maniche, di lavorare, di ricostruire. La famiglia di Inge non versa in una situazione florida: il patrigno è morto, i due fratelli nati dal secondo matrimonio materno sono bambini, è indispensabile trovare un lavoro alla svelta. Non appena terminato il liceo, Inge interrompe gli studi alla ricerca di qualcosa da fare per guadagnarsi la vita. “Non avevo nessun talento particolare, ma ebbi una chance: andare ad Amburgo come assistente di una fotografa. Con il consenso materno, partii”. La fotografa è Rosemarie Pierer, specializzata in multivisione, multimedia e pubblicità: Inge ha solo diciannove anni, non sa ancora quel che vuol fare, ma sa che l’attività di fotografa non la interessa. Per un paio d’anni sviluppa pellicole, poi –grazie anche agli incontri con Hans Huffzky, fondatore della più importante rivista femminile del dopoguerra Constanze, ed Heinrich Maria Ledig-Rowohlt, grande editore antinazista- diventa fotoreporter. “In questo modo, scrivevo i testi oltre a scattare le foto: un’attività nuova, che mi piaceva. Come fotografa, non ero tecnicamente un genio, ma avevo l’occhio buono, l’intuito di indovinare quello che Cartier-Bresson definisce il momento decisivo”. Un giorno, a New York, è attratta da una donna, da un volto: le ricorda qualcuno. Greta Garbo! Prende la macchina, inquadra il soggetto, scatta mentre è ferma al semaforo. Tutto è perfetto in questa istantanea: inquadratura, luci, espressione. Riesce a venderla a “Life”, il che significa cinquanta dollari, e il decollo di una carriera.

Parte per Cuba, fa un reportage su Hemingway, poi torna in Europa, è la volta di Picasso. Ormai è lanciata. “Avevo tutte le chance per fare una carriera tipo quella di Oriana Fallaci”. E’ un lavoro interessante, che rende anche per vivere, ma: “Il libro era molto più importante per me”. Ha in mente di scriverne uno, sulla sua professione.

Il 14 luglio 1958 ad Amburgo incontra Giangiacomo Feltrinelli, che ha fondato da poco la case editrice e ha appena pubblicato Il dottor Zivago. Tanto lui è timido e triste, tanto lei è estroversa e contagiosa con la sua prorompente vitalità. Da quel giorno i loro destini coincidono, vita sentimentale e professione si intrecciano. Senza rimpianti, Inge lascia il lavoro, si trasferisce a Milano ed entra in casa editrice come assistente di Giangiacomo. “Il libro era sempre stato più importante per me, e quindi fare l’editore mi interessò molto di più. In un certo senso, era una continuazione del mio lavoro, ma ad un livello più alto”.

Di che cosa si occupava alla Feltrinelli? “Delle relazioni pubbliche con l’estero, di tutto il lavoro straniero: Autori – Agenti – Editori. Rappresentavo all’estero la casa editrice”. Quindi aveva un’attività autonoma rispetto a quella di Giangiacomo? “Totalmente autonoma. Lui si occupava di alcune cose, io di altre: il che è normale, una casa editrice non è il lavoro di una persona, ma di un’équipe. Spesso viaggiavamo insieme. Ma alle volte aveva troppo da fare a Milano e mandava me in giro perché lo rappresentassi; altre volte andava in un Paese ed io in un altro, ed in questo modo dividevamo le forze. A quel tempo, la casa editrice era giovane ed il lavoro era immenso, quindi ci volevano tutte le nostre energie coalizzate. Una delle prime grandi cose che ho fatto da sola è stato recarmi a Palermo per partecipare al convegno che decise la costituzione del “Gruppo 63”. L’iniziativa di quello che sarebbe stato un movimento culturale importante era partita proprio da qui, fra alcuni redattori della Feltrinelli come Valerio Riva e Nanni Balestrini, e autori come Sanguineti, Arbasino, Porta”.

In pratica, svolgevate funzioni complementari e diverse; e quando andaste a Cuba,  da Fidel Castro? “In quell’occasione, io feci il servizio fotografico”.

Fu lei la responsabile di alcune scelte editoriali importanti come quelle relative a La mia Africa di Karen Blixen? “Sì. E fu una bellissima cosa. Il libro fu pubblicato nel ’60: dopo vent’anni, il film omonimo con Robert Redford e Meryl Streep lo rilanciò trasformandolo in best-seller. Gli ingredienti del successo alle volte sono misteriosi, non sempre si riesce a indovinarli”. Oltre alla Blixen, ha pubblicato –fra l’altro- Nadine Gordimer e Isabel Allende: pensa che il futuro del romanzo sia femminile? “No. Il futuro del romanzo risiede nella qualità, che è la sola cosa che conti per me, non nel sesso del suo autore”.

Dopo la scomparsa di Feltrinelli, la casa editrice ha continuato ad espandersi sotto la sua direzione: quale ruolo ha avuto in questa trasformazione? “Non è stato esclusivamente merito mio. Non ho fatto tutto da sola, ma insieme con i responsabili che erano amici di Giangiacomo. Legalmente, sono io il presidente, ma da dieci anni c’è mio figlio che ha assunto un ruolo sempre più importante e adesso è lui l’editore: l’espansione economica, l’acquisto della Ricordi Mediastores e delle librerie Rizzoli, è stato compito suo, non mio. Io sono responsabile di molte cose, ma l’espansione economica è avvenuta grazie a lui”.

 Nelle varie città d’Italia si è creata una catena di librerie Feltrinelli: lei è stata d’accordo con questa scelta strategico-economica? “Certo. Altrimenti non si sarebbe fatta. Per venire incontro alle più diverse esigenze, abbiamo impostato le librerie in vario modo. Nelle piccole città, dove in centro non è possibile avere grandi spazi, abbiamo quelle di vecchio tipo, che risalgono a quarant’anni fa e svolgono anche la funzione di forum di cultura. A Vigevano Udine Piacenza Alessandria Cremona abbiamo una serie di librerie che sono il risultato dell’acquisto di Ricordi , dove si possono trovare insieme musica e libri. Poi abbiamo la formula nuova, il megastore di duemila metri quadri, dove abbiamo realizzato in grande una simbiosi fra Ricordi e Feltrinelli: a Milano ne abbiamo aperto di recente uno in piazza Piemonte, l’altro lo apriremo in corso Buenos Aires. Spesso i giovani comprano musica ma non libri: se li trovano insieme, possono essere stimolati ad osservare, esaminare, annusare e qualche volta anche a comprare un tascabile, a compiere cioè un passo verso il mondo della parola scritta. Riassumendo, noi siamo in un’impresa molto mix: punti di vendita tradizionali e di tipo nuovo, piccoli e grandi”.

La sede della Feltrinelli a Milano è in un palazzo vecchiotto di fine Ottocento. Al contrario delle librerie megagalattiche risplendenti di luci colori e cromature, nel centro direzionale, in questa sorta di testa di medusa nella quale è concentrato il cervello del sistema, l’illuminazione è fioca, l’arredamento un po’ spoglio e un po’ triste. La Feltrinelli non ha bisogno di dimostrare a se stessa di essere ricca e potente, grazie alle scelte di arredatori e designer. Qui, tutto è essenziale, ridotto allo stretto necessario, come le risposte di Inge Schoental Feltrinelli: sempre precise, mai elusive. L’ha sfiorata alle volte il pensiero di non lavorare, di far solo la moglie, la madre? “No! Neanche per un giorno. Non ho mai avuto il problema di conciliare i ruoli. Insieme con Giangiacomo, ho viaggiato per il mondo intero per via della casa editrice. Però, quando potevo, stavo con mio figlio. Riconosco di essere stata una privilegiata, perché per Carlo avevo trovato un’ottima tata svizzera. Ma a parte questo dettaglio importante, sono del parere che le madri non debbano essere sempre appiccicate ai figli, penso che si dia molto di più quando si ha poco tempo. Altrimenti, si corre il rischio di diventare noiosi. Questo è dovuto in parte all’educazione che ho ricevuto: il motto tedesco che riassume i valori della famiglia-tipo  – chiesa cucina bambini-  non è mai stato il leitmotiv della mia vita”. Il femminismo ha avuto importanza sulla sua attività? “Sono sempre stata femminista, da quando avevo diciotto anni. A quell’epoca fui molto influenzata dal libro Il secondo sesso di Simone de Beauvoir: era la mia bibbia, la bibbia di tutti noi ragazzi del liceo di Gottinga, una scuola di alto livello dove c’erano sette figli di premi Nobel. Anche se non sono mai entrata in un gruppo femminista, ho però aiutato qualsiasi libreria di donne, perché per me il movimento è stato importante, ha contribuito in modo fondamentale  a cambiare le abitudini, la vita stessa delle donne. Mi diede un po’ fastidio però quando divenne esagitato. Sono dell’opinione di Susan Sontag: il movimento non dovrebbe essere contro l’uomo, ma percorrere una strada parallela e indipendente, organizzare le forze in modo da realizzare  obiettivi comuni. Quando si è agito in questo modo, i risultati sono stati eccellenti: per esempio, sono state varate leggi a proposito di aborto e divorzio”. Lei svolge un’attività che è stata tradizionalmente maschile. Si è mai sentita discriminata in quanto donna? “Mai. Nei primi tempi, in Italia come in Germania, c’era un certo scetticismo nei confronti delle donne. Non solo, ma negli anni Cinquanta e Sessanta, in casa editrice le donne erano impiegate solamente come segretarie e come segretarie di redazione, pur essendo molto colte e spesso laureate. Oggi, dopo quarant’anni, in redazione siamo tre quarti donne e un quarto uomini. E’ cambiato tutto, come in tutto il mondo del resto. In posizione di manager o responsabili sempre più di frequente e numerose ormai ci sono donne. Nelle case editrici americane, tedesche, francesi, sono le predilette”. Che cosa le ha insegnato la collaborazione con Giangiacomo, che le è poi servito nell’attività editoriale? “Ho imparato in primo luogo ad essere un buon catalizzatore. Quello dell’editore è un lavoro veloce, molto nervoso, molto complesso e complicato, coinvolge autore – casa editrice – contratti – agenti letterari. In secondo luogo, ho imparato a delegare, ad avere fiducia nei collaboratori. Questi sono gli ingredienti della mia ricetta. I grandi editori patriarcali, autocratici, erano uomini straordinari, ma non esistono più in nessun Paese del mondo e per diverse ragioni: perché oggi si pubblicano molti più libri, è tutto più difficile, esistono gli agenti che prima non esistevano. Credo che la mia forza consista soprattutto nell’essere un buon catalizzatore, nell’essere di stimolo e nel sapermi circondare di persone capaci”.Per alcuni, il lavoro non è fonte solo di gratificazione economica, ma anche di gioia, di felicità. E’ così anche per lei? “Assolutamente sì”, risponde Inge, e la sua voce si ammorbidisce in autentica commozione. In questa donna risoluta e sbrigativa, efficienza teutonica e passionalità latina sembrano coniugarsi in maniera perfetta e costituiscono un elemento del suo fascino indubbio. Perché più che con commozione, è con passione che parla dei sentimenti che le suscita la sua attività di industriale del libro. “Abbiamo accennato a Nadine Gordimer. Nadine non è solo una nostra autrice, ma anche una carissima amica: nel ’91 vinse il premio Nobel, ed io andai a Stoccolma insieme con lei. Quando le consegnarono il premio, per me fu una gioia immensa non solo per ragioni di carattere economico, ma emotivo. Qualche mese fa, tornando da Stoccolma dove aveva partecipato alla cerimonia in occasione dei cento anni dalla costituzione dei Nobel, passò per Milano. Voleva stare solamente con noi, ma io la dissuasi ed organizzai una conferenza stampa cui parteciparono centinaia di persone ed un ricevimento in suo onore proprio per festeggiare una cara vecchia amica scrittrice: una cosa bellissima, fonte di commozione e di gioia. Lo stesso è accaduto quando abbiamo aperto il megastore a Milano: per me, è stato come partecipare alla nascita di un bambino. Quando un autore ha un premio letterario, quando ha successo e si vende bene –come per esempio Gino Strada o il libro di Enrico Deaglio sul caso  Perlasca che avevamo pubblicato dieci anni fa, rilanciato di recente da un film in TV – io sono felice”.

Ha mai pensato di smettere, di piantar tutto quando ha attraversato periodi particolarmente faticosi, dolorosi? “No. Tutto è mestiere, le difficoltà sono cose di normale amministrazione, vanno superate. Nella mia vita ho dovuto affrontare momenti bruttissimi, ma bisogna sviluppare gli anticorpi e andare avanti. Carlo, mio figlio, alle volte mi dice che anche se finirò su una sedia a rotelle continuerò a lavorare”. Pensa di aver realizzato ciò che desiderava? “Assolutamente. Posso dire di essere una donna felice del mio lavoro, e di esserci ancora oggi totalmente dentro. Questa mattina la mia segretaria mi ha detto che non ho un momento libero per i prossimi sei mesi, fra saloni del libro, incontri annuali con i nostri direttori di librerie, e via discorrendo. Non solo sono molto impegnata, ma ho il privilegio di svolgere un lavoro che mi appassiona”. Tempo fa, in un’intervista a “La Stampa”, a chi le domandava come faceva ad essere così giovane, così pimpante, ha risposto: perché lavoro, è il lavoro che mantiene giovani. “E’ vero. E’ la mia ricetta”.

L’intervista con Inge Feltrinelli era fissata per le ore quindici. All’incontro avrebbe dedicato mezz’ora. Alle quattordici e cinquanta secondi apriva la porta del salottino: sorridente, vestita di chiaro, dopo una breve stretta di mano incominciava a parlare. Ora, sono le quindici e trenta: osserva distratta le lancette dell’orologio da polso, raccoglie taccuino e matita e con passo aggraziato e un sorriso si allontana.