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sabato 23 marzo 2019 6:29
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Posted by on gen 11, 2019 in Articoli | 0 comments

Fernando Aiuti. Addio ad un uomo coraggioso

di Giulietta Rovera

La morte improvvisa di Fernando Aiuti, il 9 gennaio al Policlinico Gemelli di Roma, lascia un vuoto incolmabile. Aiuti era non solo il più grande immunologo italiano, ma anche un uomo coraggioso che non ebbe paura di mettersi personalmente in gioco. Celebre la fotografia del 1991 che lo ritrae mentre bacia sulla bocca una paziente sieropositiva, Rosaria Iardino, per dimostrare che l’AIDS non si trasmette con la saliva e quanto siano falsi i pregiudizi a proposito di quella malattia tutt’altro che debellata. A quel bacio sopravvissero entrambi. Scrive la Iardino nel suo ricordo di Aiuti: “Addio Fernando, il mio uomo del bacio. Per alcuni di noi sarai eterno”.

Tempo fa ebbi occasione di intervistare Fernando Aiuti per un libro che stavo scrivendo. Penso che riproporre oggi quell’intervista che lo ritrae vivo, con le sue passioni e la sua vitalità, sia il modo migliore per rendergli omaggio-  

Ordinario di Medicina Interna, Direttore e Docente della scuola di specializzazione in Allergologia e Immunologia clinica, coordinatore del Dottorato di Ricerche in Scienze delle terapie immunologiche presso l’Università degli studi La Sapienza di Roma, ha al suo attivo oltre 500 pubblicazioni, quasi tutte comparse su prestigiose riviste internazionali, da Nature a Lancet, da Blood a Science. Nel campo del virus HIV-AIDS non ha rivali. Immagino che si senta realizzato nella sua attività. “Realizzato ma non soddisfatto, perché altrimenti non avrei mantenuto vivo l’impulso a ricercare, a ottenere qualcosa in più per migliorare me stesso”, dice, senza che l’ombra del sorriso sfiori il viso sottolineato da una corta barba castana. Come mai si è dedicato alla medicina? “Vengo da una famiglia di medici, per cui sono vissuto in un ambiente che mi ha invitato a percorrere questa strada. E poi ritengo sia la più bella professione del mondo, perché avvicina al corpo e alla psiche umana. Mentre le altre professioni sono proiettate all’esterno, quella del medico è in un certo senso proiettata all’interno, perché per poter aiutare il paziente devi introiettarlo e confrontarlo con quello che hai dentro di te. Il detto di Socrate “conosci prima te stesso e poi proiettati all’esterno” si adatta perfettamente alla professione medica. Forse questa è la ragione per cui approfondisco molto gli aspetti psicologici dei pazienti, che considero estremamente importanti e legati a tutte le patologie”.

C’è qualche cosa di austero su quel volto pallido, di poco incline allo scherzo, alla battuta. E austero è il suo studio, dai toni noce e bordeaux e le pareti tappezzate di diplomi, riconoscimenti, onorificenze, premi, che sembrano scandire una lunga carriera di successi. Ha degli hobby, professore? Ti aspetti che risponda di no, invece dice di sì. Quali? Con aria compunta risponde: “Il giardinaggio, lo sport: da tempi immemorabili pratico lo sci, la corsa, vado in bicicletta, in catamarano. Il nuoto l’ho praticato fin da adolescente anche a livello agonistico, ho partecipato ai campionati regionali. Mi piace perché è individualistico, non di squadra.  E’ una passione che mi è rimasta, tant’è che continuo a praticarlo. Quanto al catamarano – un hobie kettle – so che alla mia età è pericoloso andarci da solo perché ti puoi rovesciare, ma amo il rischio: il fatto di impegnarmi in una competizione con me stesso, sfidare il mare, le onde, mi estranea completamente da quella che è la mia vita, i miei pensieri, le mie preoccupazioni quotidiane. La stessa funzione la svolge il giardinaggio, che pratico dai primi anni Settanta quando mi sono trasferito in campagna. Allora avevo anche la passione di coltivare alberi da frutta, era così abbondante che la regalavo ad amici e parenti. Avevo tutti i tipi di frutta possibili e immaginabili che crescono nel Mediterraneo: albicocche, pesche, fragole, fichi, mele, pere, cocomeri, meloni, aranci, ribes, uva spina e uva fragola…Era un hobby che mi distendeva. Io sono molto impegnato sul piano professionale, il più delle volte mi arrivano malati con problemi seri che hanno fatto il giro d’Italia prima di approdare da me, e inoltre mi dedico alla ricerca sperimentale: tutto questo significa vivere in una situazione di stress, perché alle volte sei costretto a prendere decisioni non facili. Quindi devo per forza avere hobby che mi distraggono”.

Tace e ti guarda in attesa della prossima domanda, senza consultare l’orologio, senza dare segni di impazienza anche se hai la vaga sensazione che abbia il tempo contato. Quando fa sport, pensa a qualche cosa o è il vuoto mentale, tutto ciò che conta è raggiungere la meta? “No, non è il vuoto. Penso spesso alla mia famiglia, a me stesso, anche a problemi di lavoro, ma non mi pesa, anzi devo dire che alle volte mi vengono in mente idee interessanti proprio nuotando”. La sua vita è quindi scandita da momenti in cui è concentrato su di sé, sul proprio corpo.

Temevi di essere stata banale, invece s’è messo in moto qualche cosa che sblocca riserbo e reticenze e accende lo sguardo. “Un’ora della mia giornata, anziché stare davanti al televisore, la dedico sempre all’attività sportiva, perché sono convinto che l’attività fisica sia importante Per mantenersi giovani e in forma e per avere un’anzianità non debilitata, ci vogliono tre cose: la dieta, il lavoro che non deve essere mai interrotto e che può anche essere il coltivare un hobby, e l’attività sportiva. Io non ozio mai, per questo la sera, quando vado a letto, non ho problemi di sonno. Il consiglio che dò sempre a tutti è lavorare, anche gratuitamente, oppure trovarsi un hobby, perché non concepisco stare senza fare niente”.

 I suoi non sono hobby creativi. “Perché la creatività la realizzo nel lavoro. Il ricercatore deve essere per forza creativo, deve mettere a profitto le sue conoscenze per inventare qualche cosa di nuovo che aiuti nel campo della medicina, il che può essere sia una scoperta che l’applicazione di scoperte fatte da altri. Per quel che mi riguarda, io non ho fatto “la” scoperta scientifica, ma applicazioni di scoperte scientifiche in campo medico che hanno portato contributi al progresso dell’applicazione della diagnosi e della terapia di alcune malattie – grazie anche all’aiuto di tanti collaboratori. Il mio maggior successo è stato quello di aver creato un gruppo di lavoro che in questi anni ha creato la scuola di immunologia clinica in Italia che prima non c’era. Quindi io sono gratificato dalla mia attività. Sento però la necessità di coltivare degli hobby: mi distende dal punto di vista fisico, anche se una bella navigata col catamarano mi soddisfa anche psicologicamente perché mi fa sentire giovane, mi dà la sensazione di aver vinto una sfida”.

Potrebbe fare a meno delle sue evasioni? “No, non posso fare a meno né dell’attività professionale, né dei miei hobby”. E all’improvviso sorride, ti guarda e hai la sensazione che finalmente ti veda. “Venga, dice. Adesso le faccio vedere la fotografia del catamarano”.