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martedì 18 Giugno 2019 21:54
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Posted by on Feb 5, 2019 in Articoli | 0 comments

Rosetta Acerbi “bella, stravagante, eccentrica e piena di vita”

a cura di Giulietta Rovera

E’ morta ieri Rosetta Acerbi, per quarant’anni moglie di uno dei più grandi musicisti del Novecento: Goffredo Petrassi (1904-2003). L’ho incontrata anni fa per un’intervista nel suo studio di pittrice, che si trovava a pochi passi da Piazza del Popolo. Penso che il modo migliore per renderle omaggio sia quello di ricordarla come mi apparve allora: bella, stravagante, eccentrica e piena di vita. Petrassi sarebbe venuto a mancare di lì a un anno.

“Realizzarsi attraverso il sangue dell’altro è impossibile. A mio avviso, non è che un comodo alibi alla propria mancanza di doti e coraggio”, afferma convinta Rosetta Acerbi. Questa donna affascinante e gentile ha sempre rivendicato con forza il diritto a svolgere la sua professione, a fare un proprio percorso. Non solo, ma nega con eguale appassionata convinzione la possibilità di una realizzazione professionale che non sia autonoma. Rosetta è la moglie di Goffredo Petrassi, uno dei massimi musicisti italiani del Novecento, ed è pittrice di professione. “La musica – dice – è l’unica arte che riesce ad imprigionarmi e a fermare la mia fantasia, mentre la pittura ha sempre appassionato mio marito. Questo reciproco interesse per le scelte artistiche dell’altro ha fatto sì che il nostro incontro sia stato molto fortunato”.

Alta, magra, elegante, il volto asciutto e le labbra ben disegnate, ricorda Greta Garbo nella foggia dei capelli castani e nell’ampio sorriso. Questa signora dai modi squisiti, dall’abbigliamento un po’ eccentrico e la voce leggermente arrochita, da anni va ogni giorno a lavorare nel suo studio all’ultimo piano vicino a piazza del Popolo, pieno di luce, di quadri, di fiori. “Mi ha sempre sorpresa la casualità che determina alcune vicende della nostra vita. Fu infatti per caso che incontrai mio marito: dovevo andare a un concerto con un amico, un critico d’arte, e insieme con lui c’era Goffredo Petrassi”. Lei è giovanissima ed è già pittrice. Lui giovane non è più, ma è il grande Petrassi: è stato sovrintendente del teatro La Fenice di Venezia, direttore artistico dell’Accademia filarmonica romana, presidente della Società internazionale di musica contemporanea, docente del corso di perfezionamento di composizione presso l’Accademia di Santa Cecilia di Roma; come direttore d’orchestra è acclamato in Europa e in America, e come compositore è considerato una delle intelligenze musicali più lucide e coscienti della sua generazione. Rosetta sa tutte queste cose quando lo incontra quella sera di molti anni fa. “Per far colpo, dissi: io non amo la pittura! In realtà, non è che non amassi la pittura. Era l’impegno che la pittura comportava a spaventarmi. Ma con quella battuta riuscii a fare effetto, tant’è vero che ancora ogni tanto me la ripete”.

Rosetta è autodidatta. Il non aver frequentato una scuola d’arte non le ha impedito di avere notevoli successi, che si sono alternati a momenti di crisi, pause, ripensamenti, come spesso accade agli artisti. “Mio marito ha sempre saputo starmi vicino, e mi ha aiutata a formarmi. E’stato il rapporto con quest’uomo straordinario a permettermi di non scendere a compromessi, di non svendermi, di non essere quella che non volevo essere. La sua vicinanza, la sua influenza, mi hanno a poco a poco formata nel senso voluto da me. Il che è molto bello e, ritengo, altrettanto raro”.

Il forte divario d’età non sempre giova al rapporto. Ma non è stato così per Rosetta e Goffredo. Forse la loro unione è sopravvissuta perché c’è stato un reciproco, costante, dare ed avere. O forse perché lei non si è mai accontentata del ruolo di moglie, sia pure di una celebrità internazionale, ma ha continuato imperterrita in quel lavoro che la gratifica e che aveva detto di non amare: la pittura. Ha preteso un suo spazio: ha sempre lavorato fuori casa mentre il marito –al contrario di quello che accade nelle coppie che svolgono attività più consuete e banali- ha sempre lavorato, cioè composto, in casa propria. Non solo, ma ha saputo ritagliarsi quotidianamente il tempo da dedicare alla sua attività: la pittura, come del resto la musica, richiedono infatti un impegno ed un allenamento costante. Petrassi, avendo fatto dell’arte una professione, è stato in grado di comprendere le esigenze della giovanissima consorte. “Ha fatto in modo che io avessi la mia vita, mi ha sostenuta, stimolata. Non ha mai preteso da me impegni che non era in grado di condividere: la conduzione della casa, per esempio, non è stata delegata a me perché sono una donna, ma è stata una responsabilità condivisa”.

Lui non la intralcia, ma la aiuta a sbocciare come donna e come artista. E lei, così vitale, imprevedibile, esigente, lo travolge con la sua passionalità, il suo entusiasmo, la voglia di vivere, fornendogli nuovi stimoli per il lavoro di musicista. “Mi ha dato la solidità, l’equilibrio, la regolarità, ha saputo comunicarmi il senso dell’ordine e della disciplina senza impormelo. Ed io gli ho dato la fantasia, il gusto dell’avventura. E l’ho mantenuto giovane: questo posso dirlo con assoluta sincerità. Non gli ho permesso il lusso di invecchiare. Come ho fatto non so, so che non se lo poteva permettere. Altrimenti, forse mi avrebbe perduta”.

Goffredo Petrassi è del 1904, e tuttavia continua a lavorare, comporre,  creare. Dal giorno dell’incontro con Rosetta, il suo modo di scrivere musica ha subìto una metamorfosi profonda: è entrata infatti in una fase nuova, definita da alcuni critici una gioiosa liberazione materica. “Da quando è cominciato il nostro rapporto,  è iniziato il periodo più bello per le sue composizioni: e questo non lo dico io, l’ha sempre dichiarato lui che gli ho cambiato totalmente il modo di scrivere”.

Lei ha influenzato il lavoro del marito. E Goffredo Petrassi ha avuto importanza nel suo? “Non lo so. Tenevo al suo parere, questo sì, quando facevo qualche cosa glielo mostravo: ora è impossibile perché è quasi cieco. Quanto a lui, mi ha sempre fatto sentire le sue composizioni dopo che le ha terminate. C’è un grande rispetto reciproco fra di noi. Io non mi sono mai permessa di entrare in quello che sta facendo, ho evitato di intervenire durante il processo creativo perché so che la creatività è un qualche cosa di fragile, un momento delicato: come un uovo chiuso, niente e nessuno ci può entrare. Se non l’ho mai disturbato nel momento in cui cova il lavoro, quando l’ha finito sono felice di ascoltarlo e gli esprimo il mio giudizio che è importante ma non determinante. Perché mio marito ha le idee molto chiare, fa quello che vuole, è lui a decidere. Se non fosse stato completamente autonomo, sarebbe stato un uomo dipendente e non il personaggio che è”: un artista geniale ma calato nella realtà. “Fino a tempi recenti non ha mai avuto nemmeno una segretaria perché faceva tutto da solo, come padre della nostra figliola è stato più moderno, più contemporaneo di me. E ha saputo darmi l’illusione di essere libera”. Rosetta ha sempre potuto contare sul suo appoggio, anche adesso continua a sentire in lui il sostegno di una mente fuor del comune.

“Eppure pur provando per mio marito, fra l’altro, una profonda simpatia ed una grande invidia, non posso non riconoscere il fatto che siamo molto diversi”. Proprio il riconoscersi diversi ha fatto sì che non sia mai scattato quel pericolosissimo processo di identificazione, che si verifica quando ci si illude di realizzarsi attraverso l’altro. Con disarmante sincerità, Rosetta non nega il sentimento dell’invidia –la santa invidia la definisce Lina Wertmuller, che è tutt’altra cosa dall’emulazione- nei confronti della riuscita professionale del proprio marito. Nonostante il successo raggiunto da Petrassi non sia comparabile al proprio, tuttavia ha sempre preteso un rapporto alla pari. “Ognuno di noi deve fare qualche cosa, deve realizzarsi e non soltanto nel rapporto di coppia”. Questo rivendicare il diritto a non annullarsi nel marito, a costruire qualcosa di suo, ne ha fatto la forza e ha decretato il successo anche dell’unione matrimoniale. “E’ sconvolgente quando una donna che ha un’attività, qualunque tipo di attività, considera il lavoro di lui più importante del proprio e si annulla per la riuscita del compagno. Io sono del parere che queste persone, che generalmente sono donne, per qualche ragione non hanno il coraggio di esporsi, per cui decidono di vivere attraverso il sangue dell’altro: in tal modo non si prendono mai la responsabilità della propria vita. Anche se alle volte può essere forte la tentazione di abbandonarsi, di occuparsi soltanto del marito e dei figli e di smettere di lavorare e combattere, qualsiasi cosa succeda bisogna andare avanti. Perché la vita ha un senso nella misura in cui non si svolge, ma si evolve e noi ne diventiamo consapevoli. Per questo non bisogna abbandonare la sfida nemmeno da vecchi”.

Si sente una donna realizzata? “Io mi sento come se dovessi ancora cominciare tutto di nuovo, come se fossi invece che alla fine, all’inizio. Il tempo non mi ha usurata”.

foto proveniente dal sito http://www.rosettaacerbi.com/index.php

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