Pages Menu
Seguici suRssFacebook


mercoledì 18 Settembre 2019 16:13
Categories Menu

Posted by on Mar 12, 2019 in Articoli | 0 comments

Rachele Digilio, l’arte della parola

a cura di Giulietta Rovera

Era una piccola bambina che non amava ascoltare le favole. Ma un giorno, sente alla radio una voce di donna che con toni suadenti e una pronuncia diversa da quella che le è familiare, sta raccontando una fiaba. E’ lo sliding doors, l’istante in cui la tua vita cambia per sempre. Quella bambina si chiamava Rachele Digilio, e la voce che l’ha ammaliata apparteneva a Maria Luisa Boncompagni, prima voce della radio italiana. Stiamo parlando di un’epoca in cui la televisione ancora non esisteva: c’era la radio, dove per accedervi e andare al microfono era d’obbligo una pronuncia impeccabile. “Da quel giorno, dice Rachele, ogni pomeriggio mi sedetti davanti alla radio per ascoltare quella voce meravigliosa raccontare tutte le storie che avevo sempre sfuggito. E cominciai a imitare quella sconosciuta signora”. Senza accorgersene, la bambina acquista così una pronuncia quasi perfetta, grazie alla quale entrerà alla RAI. “Vinsi una borsa di studio per un concorso bandito dalla RAI e a Firenze dove si tenevano le lezioni per noi borsisti, conobbi Maria Luisa Boncompagni. Docente straordinaria oltre che sirena ammaliatrice per quanto mi riguarda.” Diventa annunciatrice, programmista-regista e infine dirigente. Nel frattempo, si laurea in filosofia alla Sapienza di Roma. Dopo circa quarant’anni va in pensione. Ma le donne dalla tempra di Rachele Digilio in pensione non ci vanno mai. Dà inizio infatti a una nuova attività: insegnare a parlar bene utilizzando una tecnica personalissima elaborata nel tempo. “Lavorando nel settore della voce, del parlare al microfono per tanti anni, non tardai ad avvertire un senso di disagio nell’ascoltare non solo i miei colleghi, ma anche me stessa. Ho impiegato anni per capire cosa fosse.” Che cosa non andava? “L’artificiosità della lettura”, dice. E lancia un lungo sguardo alla porta-finestra che dà sull’ampio giardino della sua bella casa romana: casa luminosa e chiara, impreziosita da oggetti di pregio e quadri d’autore, dove libri, fogli, quaderni sono ammonticchiati un po’ ovunque.

      “Leggere significa decodificare un codice, dice Rachele. Un libro è una sostanza inerte, muta, un insieme di fogli bianchi intrisi di segni che corrispondono a parole: cioè un codice, che decodifichiamo quando leggiamo. Ma un libro non prevede la voce: viene scritto in silenzio e in genere in silenzio viene letto. Grazie alla nostra sensibilità, la pagina acquista significato, vita, colore. Quando però trasferiamo dalla pagina alla voce ciò che quei segni significano, tutto questo si perde. E diventa artificioso, falso”. Che fare allora? “Traducendo il testo dalla lingua scritta alla lingua parlata, siamo obbligati a prenderci una serie di libertà. Prima fra tutte, quella nei confronti della punteggiatura, perché noi respiriamo, il testo no. La pagina scritta può avere un periodo lungo quattro righe senza punto fermo e funzionare perfettamente. Ma se passiamo alla voce, dobbiamo per forza respirare anche in assenza del punto fermo se non vogliamo morire strangolati. Dobbiamo cioè utilizzare il punto fermo della voce: la pausa”. E per quanto riguarda l’artificiosità della lettura ad alta voce? Come eliminarla? “Imparando che quella pagina non va letta, ma va parlata.”

     Insegnare alle persone a leggere come se parlassero per insegnare alle persone a parlare: questa, in parole povere, la “tecnica” di Rachele Digilio. Alla sua guida si sono affidati scrittori, giornalisti, sindacalisti, dirigenti d’azienda di alto livello. Ha insegnato alla LUISS, e insegna tuttora alla LUMSA di Roma, dove tiene il ‘Corso di dizione e fonetica e lettura espressiva’. “Il percorso prevede una serie di tappe: si comincia dalla fonetica di base, il ritmo, l’armonia del fraseggio, del parlare attento che si avvale dell’esattezza dei fonemi, della sequenza logica di quello che stiamo dicendo, dei toni, dell’intenzione che mettiamo nel parlare che si deve trasferire in chi ci ascolta con la sola modulazione della voce. E’ un po’ come studiare musica.” E alla musica della sua voce, alla cui seduzione è praticamente impossibile sottrarsi, si vorrebbe continuare a farsi accarezzare. Non so se ne è conscia questa indomita creatura, nata e cresciuta a Potenza i primi vent’anni della sua vita, cui il padre avvocato ha inculcato l’orgoglio di essere donna e il culto dell’indipendenza: “Mai nessun uomo dovrà vantarsi di avervi mantenute”, soleva ripetere alle figlie adolescenti. Sembra persa nei suoi pensieri, Rachele, ma sta solo ripensando a quanto mi ha detto finora. Quasi a chiarire meglio il concetto, allunga una mano e prende “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi. “Questo libro, dice, contiene tutto quello che serve per seguire la strada che dobbiamo percorrere, perché è il racconto nel racconto nel racconto. Noi parliamo infatti per raccontare quello che sappiamo e che chi ci ascolta probabilmente non sa. La mia attenzione deve vertere quindi sul mio interlocutore, che diventa il protagonista della relazione. Per far sì che l’altro mi segua, occorre non solo che ciò che dico abbia un senso, ma che accenda la sua attenzione. E’ questo che cerco di potenziare in tutte le persone che vengono da me per imparare a leggere e quindi a parlare. L’uso corretto della lingua genera una sicurezza che travalica la finalità immediata della comunicazione e investe tutta la nostra identità.” E’possibile, a questo punto, non dirle: “Rachele, insegnami a parlare”.

(Nella foto a sinistra Rachele Digilio con Giulietta Rovera –  Immagine dell’Associazione dei Lucani a Roma) 

 

Post a Reply