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giovedì 14 Novembre 2019 0:52
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Posted by on Giu 25, 2019 in Articoli | 0 comments

Mette Frederiksen “Una social democratica anti- immigrati”

A cura di Giulietta Rovera

Secondo uno studio pubblicato dall’UNESCO, la Danimarca può vantarsi di essere lo “stato più felice” del pianeta. Sul trono di questo fortunato Paese siede una donna, la regina Margrethe II, la quale, dopo le elezioni politiche del 5 giugno, ha dato l’incarico di formare il nuovo governo a colei che sarà il più giovane primo ministro danese di sempre: Mette Frederiksen. Se in Danimarca Mette è molto popolare, è legittimo domandarci chi sia costei, dal momento che qui, in Italia, è un personaggio praticamente sconosciuto. Figlia di un tipografo e un’insegnante, Mette Frederiksen dimostra fin dall’adolescenza interesse per la politica. Quando entra nel partito socialdemocratico, è una ragazzina di15 anni che frequenta le scuole superiori. Nel 2000, subito dopo la laurea in amministrazione e scienze sociali, inizia a lavorare come consulente per i giovani nella Confederazione dei sindacati danese e nel 2001, a soli 24 anni, entra in Parlamento. Non tarda a farsi notare per l’energia, l’entusiasmo e la serietà con i quali assolve gli impegni, tant’è che viene nominata portavoce del partito per la cultura, i media e l’uguaglianza di genere e l’anno seguente, per aver mostrato coraggio politico, entusiasmo e sintonia con il sentimento sociale le viene assegnato Nina Bang Prize. Altri premi li riceve per i libri che pubblica nel 2003 e nel 2004. Nel 2005 diventa la portavoce del partito per gli affari sociali ed è eletta vicepresidente del gruppo parlamentare socialdemocratico. Mette non vive solo di politica: ha anche un marito (dal quale non tarderà a divorziare) e due figlie cui badare. Proprio a causa delle figlie, dovrà affrontare le prime contestazioni: salta fuori infatti che lei, appassionata sostenitrice dell’istruzione pubblica, manda le piccole alla scuola privata. Evidentemente, riesce a dare spiegazioni convincenti del suo comportamento a dir poco contradditorio, dal momento che nel 2011 quando i socialdemocratici vincono le elezioni, diventa prima ministro del Lavoro, poi nel 2015 della Giustizia.

Con l’energia che la contraddistingue, riesce a varare riforme riguardanti pensionamento anticipato e flessibilità del mercato del lavoro. Si batte inoltre per “mettere al bando il commercio del sesso”, come già avvenuto in Islanda, Norvegia e Svezia. Ma il campo nel quale più si rivela impegnata, è quello relativo all’immigrazione di massa. Non dobbiamo dimenticare che la Danimarca, un Paese di 5,8 milioni di abitanti, ha accolto nel corso degli anni 510mila migranti: un record ineguagliato in Europa. Conscia del pericolo che rappresentano i partiti populisti e sovranisti, pronti a strumentalizzare il problema, decide quindi di sottrarre quest’arma agli avversari e appoggia le leggi varate dalla destra in proposito, soprattutto da quando, nel 2015, diventa leader del partito. “Per me, dice, sta diventando sempre più chiaro che il prezzo di una sregolata globalizzazione, immigrazione di massa e liberalizzazione del lavoro è pagato dalle classi più povere”. Si dichiara pertanto favorevole al rimpatrio più che non all’integrazione di coloro che chiedono asilo politico; favorevole alla chiusura dei centri per gli immigrati; favorevole al loro trasferimento in nord Africa. Sarà con l’appoggio dei socialdemocratici, che passa la legge che consente alle autorità danesi di confiscare denaro, gioielli e oggetti di valore ai rifugiati che attraversano il confine e contribuiranno così al loro mantenimento, nonostante la condanna del Consiglio dei diritti dell’uomo dell’ONU. Come passa la legge per bandire l’uso del burqa e del niqab, e quella che aggrava le pene dei reati commessi nelle aree dove vivono gli immigrati. L’accusano di xenofobia, ma lei controbilancia l’appoggio dato alle destre per varare quei provvedimenti, spostando il partito economicamente a sinistra.

“Il fondamento del modello sociale dei socialdemocratici, afferma, è mantenere il contratto sociale”. Quando nel 2019 vengono indette le elezioni politiche, scende in campo con un programma che prevede lotta all’immigrazione, ma soprattutto impegno a combattere il riscaldamento globale, ad abbassare l’età pensionabile, a difendete il welfare, alzare le tasse ai ricchi e abolire i tagli alla spesa pubblica su sanità e istruzione. Programma non impossibile, dal momento che in Danimarca la crescita è al 2,2%, la disoccupazione sotto il 4%, e il debito pubblico sotto il 40% del Pil. Il 5 giugno vince le elezioni mentre le destre vedono dimezzati i consensi. E il giorno seguente riceve dalla regina Margarethe II l’incarico di formare il nuovo governo. 

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