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giovedì 14 Novembre 2019 0:55
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Posted by on Lug 23, 2019 in Articoli | 0 comments

“ Arrivederci Diva dai modi riservati”

A cura di Giulietta Rovera

Ho incontrato Ilaria Occhini alcuni anni fa, quando raccoglievo il materiale per un libro che stavo scrivendo sull’importanza – o meno – che avevano avuto i “mariti” nel successo professionale della “moglie”. Mi accolse nella bella casa romana a Palazzo Doria dove viveva insieme con il marito, lo scrittore Raffaele La Capria: bella, altera, un poco scostante. Penso che il modo migliore per rendere omaggio a questa grande attrice sia riproporre quell’incontro, nel quale parla di sé, del suo amore per il teatro, delle difficoltà incontrate nella vita di coppia.

  “Il mio matrimonio non è stato una favola, dice Ilaria Occhini. Ci sono stati momenti in cui abbiamo addirittura pensato di dividerci. Con gli anni tutto diventa più facile, perché il tuo lavoro si trasforma, tu sei più calma, hai più mestiere, hai fatto ormai le tue scelte, hai le idee più precise. E anche se il teatro è una vocazione, nel senso che richiede la quasi totalità delle tue emozioni e del tuo tempo, impari a gestire la tua vita. La famiglia intanto si è stabilizzata e tu navighi con più tranquillità in entrambi i mari”.

    Parla con tono pacato Ilaria Occhini, la bella voce dalla dizione perfetta spesso monocorde. Ma a tratti si accende e fa emergere una passionalità che la trasforma. “Nella mia vita, quattro cose sono state prioritarie ed equivalenti: mio marito, la mia figliola, la mia casa e il mio lavoro”. Per lavoro intende il mestiere d’attrice, che svolge ininterrottamente dal 1955, quando Luciano Emmer la scelse, lei che ancora frequentava le scuole, per interpretare il film Terza liceo. Ha fatto televisione, cinema, ma soprattutto teatro, sempre con impegno, riscuotendo invidiabili successi. “Il mestiere d’attore è tutt’altro che semplice, perché richiede un impegno costante se vuoi esprimere appieno quello che senti. E poi, ora che si discute tanto di flessibilità del lavoro, noi siamo i lavoratori flessibili da sempre perché non abbiamo contratti stabili ma li stipuliamo di volta in volta e di volta in volta ci dobbiamo inventare il rapporto con il regista, con il teatro, con il testo che a seconda del regista con il quale abbiamo a che fare cambia completamente”.

    Vestita di scuro, il volto senza traccia di trucco, i modi riservati, fa pensare a tutto meno che a una diva. E diva lo è stata: appena uscita dall’Accademia nazionale di arte drammatica, la sua interpretazione di Jane Eyre adattato per la televisione dal romanzo di Charlotte Bronte riscosse un successo paragonabile solo a Lascia o raddoppia. In quello stesso periodo Luchino Visconti sta allestendo Uno sguardo dal ponte di Arthur Miller e L’impresario di Smirne di Goldoni. Cerca una giovane attrice, Ilaria Occhini si fa avanti e Visconti la sceglie senza esitare. Ilaria debutta quindi in teatro con il massimo dei registi dell’epoca. “Iniziai la carriera alla grande, perché ebbi contemporaneamente la grossa popolarità grazie alla televisione ed il prestigio di lavorare con Luchino in ruoli da protagonista”. Un exploit incredibile, che la trasforma in pochi mesi nell’attrice più conosciuta e più amata d’Italia, contesa dai registi, intervistata da quotidiani e rotocalchi, inseguita dai fotografi. A poco più di vent’anni, questa giovane bellissima e dotata ha raggiunto traguardi che rappresentano il miraggio di tutte le attrici.

    Nel ’61, l’incontro determinante: quello con lo scrittore Raffaele La Capria, detto Dudù. Sta andando a Positano insieme con Franca Valeri e Vittorio Caprioli, Franco Rosi e Peppino Patroni Griffi. Quando il treno si ferma alla stazione di Napoli, un volto si avvicina al finestrino: è Dudù. “Da quel momento inizia il mio corteggiamento, perché lui era distratto, depresso, veniva da un matrimonio fallito”. Lei è lanciatissima come attrice, lui viceversa non è altrettanto noto come scrittore. “Ma io gli porto buono: proprio quell’anno, con il romanzo Ferito a morte vince il premio Strega”.

   Per un certo periodo anche La Capria gode di una vasta notorietà, il successo suo e di Ilaria divengono quasi equivalenti. Il profondo legame d’amore che ormai lega lo scrittore e l’attrice sfocia in matrimonio, ed ha inizio il periodo più difficile della loro lunga convivenza. Perché per lei, vivere significa calpestare le tavole del palcoscenico e quindi non ci pensa neppure a rinunciare alla sua attività per rimanere a casa e tenere compagnia al marito, né d’altra parte lui lo pretende. Fare teatro però non significa soltanto recitare, ma far parte di una compagnia che si sposta di continuo, che costringe a lunghe assenze. Ci sono anni in cui rimane in tournée sette mesi, durante i quali riesce a trovare a malapena il tempo per un abbraccio. E’ brava, ma è anche molto giovane e molto bella, il che inevitabilmente suscita il sentimento della gelosia. Dudù cerca di superare la malinconia della solitudine buttandosi nel lavoro, ma in lui è iniziato un lungo processo di trasformazione, di maturazione, e devono trascorrere dieci anni prima che scriva un altro libro. “Io non c’entravo, ma il suo lungo silenzio mi faceva sentire in colpa. E’ stato un periodo durissimo”.

    Dieci anni di apprendistato matrimoniale, durante i quali emergono le personalità dei componenti della coppia, così diverse da sembrare inconciliabili. “Siamo due temperamenti differenti. Io sono una passionale e un’entusiasta, non per niente appartengo alla costellazione dell’ariete: a noi arieti piace dare le nostre cornate, e pazienza se va male. Mentre lui è una bilancia, e quindi tende a vedere il lato peggiore di ogni cosa. Per questo, soprattutto all’inizio ha interferito nella mia carriera smorzando i miei entusiasmi, frenando i miei slanci. E io mi irritavo perché avevo la sensazione di essere trattenuta, anche se poi ero io la padrona ultima delle mie scelte”.

    Dieci anni difficili, in un rapporto sentimentale, sono tanti. La principale causa di tensione è il lavoro di Ilaria. Ma nulla, nemmeno la nascita della figlia Alessandra la induce ad abbandonare la propria attività. Per poter rimanere a casa, a Roma, accanto alla bambina, accetta una sorta di compromesso: far soltanto televisione. Resiste cinque anni, poi entra di nuovo in Compagnia. Ha mai pensato che se avesse lasciato il teatro avrebbe risolto tutti i problemi familiari? Come per incanto, l’autocontrollo che fa parte del bagaglio di ogni attore, si screpola, rivelando la sua natura passionale. “Il teatro è la mia vita! Io non potevo! Anche ora, quando mi pongo il problema di smettere, mi rendo conto che per me è impossibile. Non ho mai rinunciato al teatro, ma nello stesso tempo non ho rinunciato neppure alla famiglia, come viceversa hanno fatto alcune mie colleghe. Perché la famiglia per me è importante. Proprio per questo ho cercato di conciliare le cose, ma soprattutto agli inizi è stato drammatico”, ribadisce ancora una volta.

    E’ a questo punto che Raffaele La Capria entra in soggiorno, e saluta cortese. Il viso largo, roseo, perfettamente rasato nonostante siano le sette di sera, sembra emanare calma e serenità, ma i lucidi occhi neri mandano bagliori inquieti e inquietanti. La Capria è considerato oggi uno dei massimi scrittori italiani contemporanei, e ha collezionato un numero interminabile di premi letterari; si è dedicato al romanzo, al giornalismo, alla saggistica, al cinema: Ferito a morte, Amore e Psiche, L’armonia perduta, False partenze, Lo stile dell’anatra, La neve del Vesuvio, Me visto da lui stesso, sono solo alcuni dei suoi libri accolti con grande favore dalla critica e dai lettori. Mentre siede sorridendo in poltrona, con sollecita apprensione Ilaria lo induce a spiegare il perché del suo lungo silenzio dopo aver conquistato lo Strega nel ’61, quasi volesse chiarire una volta per tutte se il loro incontro, il loro matrimonio, in una parola: lei stessa, è stata in qualche modo responsabile. “Mia moglie non c’entra. La crisi è stata dovuta a ragioni puramente soggettive: la ragione è che io sono passato da un modo di concepire la scrittura ad un altro. E il passaggio non è stato rapido. Quando queste evoluzioni sono vere, sofferte, sono lente. In questo mio procedere nella scrittura, ho avuto momenti di crisi, e così per anni non ho prodotto opere. Ero sempre vivo e sulla breccia, ma mi limitavo a scrivere articoli. Non avevo il coraggio di affrontare un libro. Poi piano piano ho ricominciato, ed è venuto fuori il mio primo romanzo ‘dopo la crisi’: La neve del Vesuvio.”

    Con tranquilla obiettività, Raffaele La Capria parla dell’importanza che ha Ilaria per lui e per la sua attività di scrittore, e dell’attività di Ilaria. “Lei ama il teatro così come uno respira. Lei respira, vive facendo teatro, come io vivo del mio lavoro: per questa ragione, pur non amando il mondo teatrale, ho sempre rispettato la sua passione”. Parla del talento di attrice della moglie, della sua dirittura morale e della sua “incredibile sensibilità nei confronti della scrittura. E’ capace di leggere tutto un racconto, poi trova una parola che a suo avviso non va, e mi mette in allarme perché generalmente ha ragione, tant’è che quasi sempre la cambio”.

   Da che cosa deriva Ilaria Occhini questa sensibilità verso la parola scritta? “Io sono la nipote di Giovanni Papini –esclama con fierezza. Io sono stata l’ispiratrice di quello che era considerato il più grande scrittore d’Italia, riconosciuto come tale in patria e all’estero. E lui per me è stato non soltanto il nonno amatissimo, ma il mio grande compagno di giochi che ha saputo darmi la gioia dell’arte”.

    La Capria riconosce lealmente l’aiuto che sua moglie gli ha dato nel proprio lavoro. E non soltanto perché è una critica attenta. “Con lei posso parlare di tutto: di letteratura, di arte, del lavoro suo, del mio, del mondo, delle piante. E poi è una bella persona, ha intelligenza, sentimenti, cuore. E’ stimolante averla vicino”.

    “Io sono stata importante per lui, dice Ilaria, e lui per me è stato il punto di riferimento. Cioè, senza di lui non so cosa sarei stata, perché sono un’impulsiva. In un certo senso è stata la mia salvezza l’averlo incontrato, anche perché è un uomo di grande profondità, di grande bontà. Nonostante il suo non-amore per il teatro ha rispettato il mio lavoro, e generalmente è stato un buon giudice per quanto riguarda le mie scelte”.

    Può il marito di un’attrice non amare il mondo del teatro, e tuttavia avere con lei un rapporto che arricchisce entrambi dal punto di vista professionale oltre che affettivo? “In realtà, non è che non ami il mondo del teatro: è che a lui non interessa. Ciononostante, il suo parere per me rimane importante ed io ne tengo conto, anche se riguarda soprattutto la sostanza di quanto vado facendo”.

    Raffaele La Capria tace, riflettendo sulle parole della moglie. Poi, mentre un grosso gatto si accovaccia sulla spalliera della poltrona, dice: “Ciascuno di noi ha cercato la propria strada artistica indipendentemente dall’altro. Siamo molto diversi, ma abbiamo lo stesso punto di vista sulla società, la politica, gli altri, senza però quella devozione matrimoniale che si stabilisce quando le mogli sposano le tesi dei mariti. Possiamo anche litigare, ma questo sguardo sul mondo ci rende affini”.

    “Ha ragione. Se due persone si incontrano nel profondo, si aiutano enormemente”, mormora Ilaria. E volge lo sguardo verso la terrazza fiorita, e l’incomparabile panorama romano di tetti rossi e terrazze e cupole e cielo color cobalto, insondabile, misteriosa.

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