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giovedì 14 Novembre 2019 0:54
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Posted by on Ott 31, 2019 in Articoli | 0 comments

Cesare Mellina, pittore e cantante torinese

Duomo

A cura di Giulietta Rovera

 “La mia ambizione, è quella di cambiare il corso dell’arte. Io sono un figurativo. Pur essendo nel solco della tradizione, ritengo però di essere innovativo”, dice Cesare Mellina, pittore torinese. In che senso? “Perché lavoro dal vivo, ma elaboro i miei lavori al computer e li faccio diventare altro utilizzando la tecnologia.”

Cesare Mellina vive a Torino, in un elegante condominio non lontano dal centro che si affaccia su di un largo viale alberato. Il sole si riversa all’interno, bagnando di luce mobili, divani e quadri, quadri, quadri ovunque: alle pareti, sui tavoli, sulle sedie. “Sono anche cantante, dice. Cantante e progettista, ho diversi brevetti. E insegno. Il che mi permette di dedicarmi alla pittura, al canto e ai progetti.” La passione prevalente è però la pittura, nata in lui fin da quando era bambino. La famiglia intuisce le sue doti e lo lascia libero di seguire la sua strada. Cesare infatti, dopo il Liceo artistico, si iscrive e diploma all’Accademia di Belle Arti di Torino. I suoi quadri, dai vivi colori squillanti, rappresentano soprattutto vedute di città. Poiché dipinge solo dal vivo, deve aver girato mezzo mondo: Istanbul, Copenaghen, Praga, Mykonos, Bucarest, Paestum, Barcellona, Il Cairo, Parigi, Venezia, Amsterdam, Londra… Tutti i quadri di Mellina sono olio su tela: quadri dai colori brillanti, dove non c’è spazio per le tinte sfumate, il gioco delle ombre. Non aurore madreperlacee, tramonti sfumati dalle nebbie, ma la luce accecante del mezzogiorno sembra aver inondato le tante città che ha ritratto.

     “Il quadro al quale tengo di più, è questo.” Raffigura il duomo di Torino, dov’è conservata la Sindone, e le Porte Palatine. I colori predominanti, su fondo bianco, sono rosso acceso e blu. “E’ un quadro che ha cambiato la storia: la mia, sicuramente.” Perché? “Perché è una sorta di profezia, un miracolo su tela. Una sera – era l’11 aprile 1997 – decisi di dipingere qualcosa della mia città, Torino. Non sapevo dove avrei potuto coglierne lo spirito, per cui uscii in macchina con un amico, e cominciammo a peregrinare. Il giorno prima avevo comprato un colore rosso fuoco, fosforescente. Poco prima di mezzanotte, trovo il sito. Piazzo il cavalletto e inizio a dipingere le Porte Palatine, il campanile del Duomo e la cupola del Guarini con questo colore rosso fuoco, che curiosamente, comincia a colare proprio dalla cupola. Decido di non cancellare la colatura. Prendo tela e cavalletto, e torno a casa. La televisione è accesa: stanno dando la notizia dell’incendio della cappella della Sindone. Riguardo il quadro: la colatura rosso fuoco si è verificata proprio nel punto esatto dove si trova la Sindone e nell’ora esatta in cui è divampato l’incendio. Un fatto a mio avviso non casuale, che dà un significato a tutta l’opera. Per questo parlo di profezia su tela, di premonizione pittorica.” Di questa vicenda, ne ha parlato anche in televisione. “Sto per donarlo al Museo della Sindone di Torino”, dice. Mellina crede nelle premonizioni e nella simbologia. Il ritrovamento sulla spiaggia di Bergeggi, non lontano da Savona, di una pietra con la forma del numero uno l’ultimo giorno prima del nuovo millennio, ha assunto per lui un altro significato simbolico: all’epoca, lui aveva 33 anni, gli stessi di Gesù, e il peso della pietra è di 33 grammi esatti. “Io in quel periodo, stavo attraversando una fase mistica. Per questo ha assunto il valore di un segno divino.” Come l’ultima sua opera: Cristo sorridente. Ne ha fatte due versioni: quella dorata è stata elaborata al computer. “Credo sia il primo Cristo sorridente della storia. L’ho fatto sorridente perché ho pensato che Gesù avrà pure avuto qualche momento felice nella sua vita. Che, a quanto mi risulta, non si è limitata alla sofferenza, al calvario, alla croce. Credo che l’unico Paese dove hanno saputo cogliere questo aspetto sia il Brasile: il Cristo del Corcovado, una delle sette meraviglie del mondo moderno, ha le braccia spalancate ma non è inchiodato al legno, alla croce.” 

   

NumeroUno

  Fra i molti dipinti, colpisce un ritratto di donna: raffigura la moglie, architetto.  Alta, sottile, la chioma fiammeggiante, è sempre rimasta accanto al marito, aiutandolo, incoraggiandolo. “Si chiama Maria Luisa Maddalena. Per me, è la mia Maddalena. Mi è stata vicina sempre, anche nella malattia. Anche nelle difficoltà oggettive che incontra un pittore figurativo come il sottoscritto. Oggi sembra quasi che chi ha fatto l’accademia debba sentirsi colpevole, che sia un vanto non aver studiato. Forse perché il figurativo rientri nel giro ci vuole qualcosa di nuovo, che rinnovi la storia dell’arte. Cosa che io penso di aver trovato”, dice, e con lo sguardo abbraccia le tele che ricoprono le pareti di casa.

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