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giovedì 20 Febbraio 2020 4:44
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Posted by on Feb 6, 2020 in Articoli, Articoli Vari | 0 comments

“Mario Soldati – La gioia di vivere”

a cura di Pier Franco Quaglieni.

Golem Edizioni

€ 20. Pag. 310

di Giulietta Rovera

Non poteva scegliere titolo più adatto a questa antologia di scritti di e su Mario Soldati, colui che gli fu amico e confidente e gli successe alla presidenza del Centro “Pannunzio”: il professor Pier Franco Quaglieni. “La gioia di vivere” sembra infatti trasudare da tutto ciò in cui si impegnò quel poliedrico personaggio che fu Soldati: scrittore ma anche giornalista e saggista, per non parlare del contributo dato al cinema come regista e sceneggiatore. Indimenticabile infine, per chi ha avuto la fortuna di vederla, la trasmissione televisiva “Viaggio nella Valle del Po alla ricerca dei cibi genuini”. Il libro – pubblicato in occasione dei vent’anni dalla morte di Soldati – si avvale di testimonianze autorevoli, fra cui quella di Lorenzo Mondo, Mara Pegnaieff, Giovanni Ansaldo, Arrigo Petacco, Giovanni Raboni, Giorgio Bàrberi Squarotti. Ma gli scritti più toccanti, che riescono a far emergere la personalità eclettica e sfaccettata di Soldati sono quelli che portano la firma di Quaglieni, non alieno da note di autentica commozione al ricordo dell’amico scomparso. Una conversazione con lui, dice Quaglieni, era “affascinante, perché era come un fuoco d’artificio di battute, di aneddoti, di invettive, di paradossi, di riflessioni illuminanti”. Il loro incontro risale al 1966: Pier Franco, allora giovane universitario, è conquistato da quello “sfolgorio di battute, di paradossi, di aneddoti, di citazioni che sembrava non avere più fine”. Ma anche stupefatto nel constatare come lo stesso personaggio diventasse brusco e autoritario quando, a cena, si trattò di scegliere vini e menù, e di protestare su come era stato cucinato il minestrone alla genovese. Prese di posizione irremovibili, di fronte alle quali gli illustri ospiti seduti al tavolo, fra cui Giulio De Benedetti e Mario Bonfantini, non osarono proferir parola. Perché Mario Soldati non era solo un gourmet dal palato finissimo, ma un uomo degno di rispetto. E’ stato antifascista fin dagli anni del liceo, non ha mai preso la tessera. Come non fu mai comunista: “L’aver conosciuto di persona Togliatti, mi ha impedito, per sempre, di diventare comunista”, ebbe a dire. Suo maestro fu Benedetto Croce, e suoi amici Gobetti, Longanesi, Maccari, Pannunzio, Carlo Levi, Casorati, Lionello Venturi. Medaglia d’argento al valor civile, socialista umanitario e liberale, “amante della sua libertà, sapeva rispettare la libertà degli altri”. Ha saputo insegnare “la scomodità della dissidenza rispetto ad ogni forma di conformismo”. E allora come replicare alle sue intemperanze in fatto di vini e pietanze non perfettamente riuscite? Bene ha fatto Quaglieni ad accludere nella terza parte del libro le interviste da lui fatte a Soldati, nelle quali sottolinea lo straordinario giornalista che fu questo torinese doc,  innamorato  della capitale piemontese sua città natale, della quale mantenne sempre la residenza anagrafica – pur vivendo prevalentemente a Roma e a Tellaro in Liguria, il rifugio nel quale amava trascorrere l’estate, dove nello studio aveva sistemato tre scrivanie: “una solo dedicata al lavoro che non si deve interrompere, una solo per scrivere articoli, una solo per leggere”. Soldati scrisse di letteratura e di varia umanità, lasciandoci pagine indimenticabili che parlano di Longanesi dalle “illuminazioni livide e tragiche”, di Ercole Patti per cui “la letteratura è la sola consolazione, l’erotismo la sola vitalità”, ma anche di Chaplin, Pirandello, Nino Rota, Molière, De Gaulle. Più ci si addentra nei ricordi degli amici che hanno voluto testimoniare in “Mario Soldati – La gioia di vivere”, più ne emerge un uomo apparentemente estroverso, soggetto a scatti d’ira e insofferenze, che apriva solo agli intimi la sua natura di “uomo dolce, umanissimo, pieno di attenzioni e di premure”. “Mario Soldati. La gioia di vivere” è un’occasione da non perdere per meglio conoscere o scoprire un protagonista del nostro Novecento.  “Un destriero che non ha mai sopportato né morso né briglie” lo definisce Quaglieni, che ebbe il coraggio di non abbandonarsi al conformismo dell’anticonformismo, che constatò sul finire della vita con struggente malinconia come il sogno di una “Italia socialista, moderna, laica, libera, fantasiosa, spregiudicata, ironica e giusta in cui credevamo” fosse rimasto irrealizzato.  

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