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mercoledì 25 Novembre 2020 0:52
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Posted by on Set 29, 2020 in Articoli, Slideshow | 0 comments

KAMALA HARRIS “Sono nera e sono fiera di essere nera. Sono nata nera. Morirò nera”

A cura di Giulietta Rovera

Kamala Harris è “cattiva”, “orribile”, “vuole ridurre i fondi destinati alle forze armate in modo incredibile”, è un’ultra-liberale e non vede l’ora di alzare le tasse, ha detto il presidente degli Stati Uniti Donald Trump quando il suo sfidante, il democratico Joe Biden, l’ha scelta come compagna di corsa nella gara verso la Casa Bianca. Che cosa teme Trump in questa competizione alla quale non può sottrarsi? Non l’avversario, Joe Biden: troppo vecchio (77 anni), incerto sulle gambe, alle volte confuso nel parlare, con una carriera politica alle spalle senza infamia e senza lode. Ma con Kamala è diverso: quali armi si possono sfoderare infatti contro la giovinezza, la bellezza, l’intelligenza e la determinazione di questa donna fiera e combattiva? Praticamente sconosciuta in Italia fino a un mese fa, la Harris è un personaggio noto e carismatico negli USA. Kamala Devi Harris, (dea del fiore di loto in indiano) nasce a Oakland in California il 20 ottobre 1964. Entrambi i suoi genitori sono immigrati.

Il padre Donald Harris, è docente emerito di economia alla Stanford University: arrivò dalla Giamaica nel 1961 per laurearsi in economia a Berkeley in California. Shyamala Gopalan, la madre, un’oncologa di fama, è arrivata invece dall’India nel 1960 per conseguire il dottorato in endocrinologia. Kamala è orgogliosa di essere nera, ma sono state le sue radici indiane a plasmarla: sua madre, Shyamala, che considera come la sua più grande ispiratrice, “la ragione di ogni cosa, di tutto”. E Gopalan, il nonno indiano, “una delle persone che preferisco al mondo”. Gopalan era un giovane impiegato statale sotto il dominio inglese nel 1930 nella regione del Tamil Nadu, quando si impegnò in “manovre burocratiche” per aiutare il movimento indipendentista. Come Gopalan salì di grado nel servizio civile indiano dopo l’indipendenza, lui e sua moglie Rajam, ignorando le convenzioni, continuarono le loro battaglie lottando per i diritti delle donne, occupandosi delle vittime di abusi domestici. Entrambi vollero inculcare nei loro figli l’importanza dell’educazione e della libertà di pensiero. La madre di Kamala fu una delle prime donne single indiane a andarsene da sola negli USA per studiare: cosa impensabile nelle altre famiglie. Shyamala ruppe le consuetudini di nuovo con il suo matrimonio sposando un giovane che oltre a essere nero, la famiglia non aveva conosciuto. All’inizio del loro matrimonio, i genitori di Kamala parteciparono a sit-in e marce di protesta per ottenere eguali diritti e opporsi alla guerra in Vietnam, si laurearono e dopo la nascita di Kamala, nel 1964 e di Maya nel ’66 si separarono. Fu da allora che Shyamala cominciò a portare le figlie regolarmente in India. Durante quei lunghi soggiorni Gopalan raccontava a Kamala le sue esperienze e le storie relative alla sua lotta contro il governo britannico.

Il rapporto della Harris con il padre non è forte come quello con Shyamala. Fu infatti lei, da sola, ad allevare le figlie nella comunità nera di Oakland, continuando sempre a lavorare – diventò un’accademica e un’apprezzata ricercatrice specializzata nelle cure del tumore al seno. Uno dei primi ricordi di Kamala risalgono a quando cominciò a andare alle elementari. La scuola era in un quartiere residenziale frequentata prevalentemente da bianchi, che insieme con l’attivazione di un servizio di scuolabus per portarci i bambini neri, faceva parte del programma di integrazione nelle scuole nel 1970.

Quest’esperienza si è riaffacciata lo scorso anno quando la Harris entrò in gara per la nomination presidenziale alle primarie democratiche. Durante un dibattito pubblico criticò Biden per la sua opposizione agli scuolabus.  Studentessa seria e studiosa, dopo il liceo frequenta la Howard University, storica università nera di Washington, dove si laurea in scienze politiche e in economia. Ottiene poi il dottorato in legge presso lo Hastings College of the Law all’University of California di San Francisco. Superato l’esame di avvocato, è ammessa nel Consiglio Nazionale Forense della California. Vice procuratore distrettuale, poi procuratore distrettuale di San Francisco e dal 2010 procuratore generale della California, è la prima donna a ricoprire la carica oltre che prima asio-americana. Nel 2016 diventa la prima asio-americana a essere eletta al Senato e ha inizio la sua ascesa politica.

Nel 2019 si candida per le primarie democratiche in vista delle elezioni presidenziali del 2020. La sua caduta nei sondaggi d’opinione e la mancanza di fondi la convincono però a ritirarsi. A marzo dichiara il suo appoggio a Joe Biden, candidato democratico alla presidenza, e il 12 agosto Biden la vuole come candidata alla vice presidenza: terza donna scelta per quel ruolo, dopo la democratica Geraldine Ferraro nel 1984 e la repubblicana Sarah Palin nel 2008. Ma prima donna “non bianca” a diventare compagna di corsa del candidato alla presidenza.  Se Joe Biden ce la farà a battere Trump nella gara verso la Casa Bianca, e vi rimarrà per i soli primi quattro anni data l’età (nel 2024 avrà 81 anni), la Harris sarà in pole position per succedergli. Prima però dovrà superare il mondo ostile delle politiche razziali americane. Durante la gara per la nomination presidenziale fu accusata online di “non essere realmente una nera” o di “non esserlo abbastanza” – il marito, l’avvocato Douglas Emhoff, è un bianco. Qualcuno nella comunità nera punta il dito contro il suo ruolo di ex Pubblico Ministero in un sistema giudiziario penale che molti vedono come razzista.  La Harris ha attaccato coloro che hanno messo in dubbio la sua identità razziale. “Sono nera e sono fiera di essere nera. Sono nata nera. Morirò nera”, ha dichiarato. Dopo l’omicidio di George Floyd, il nero la cui morte per mano di poliziotti bianchi ha scatenato violente dimostrazioni negli USA, è stata la prima senatrice a unirsi alle proteste del movimento Black Lives Matter – le vite dei neri contano – a Washington. E’ fiera di essere nera, ma non manca nei suoi discorsi di ribadire il valore dell’eredità che le ha lasciato la famiglia hindu tamil di sua madre e ripetere la massima “solo la verità trionfa”: una frase delle scritture hindu che è il motto nazionale indiano. 

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