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mercoledì 25 Novembre 2020 0:16
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Posted by on Ott 31, 2020 in Articoli | 0 comments

Joe Biden “l’arte del silenzio”

A cura di Giulietta Rovera

Sparami. Adesso” scrive il neoeletto senatore dell’Illinois Barack Obama al suo vicino durante il primo incontro con i membri della Commissione Esteri del Senato. La morte sembra preferibile all’insopportabile verbosità dell’oratore: Joe Biden.  Quattro anni dopo, il 20 gennaio 2009, sarà Biden che Obama vorrà al suo fianco quale vicepresidente degli Stati Uniti. In quel parlatore monotono e tedioso Obama aveva intuito una forza, una capacità, una duttilità che il 3 novembre potrebbero portare l’ex senatore del Delaware alla Casa Bianca. Nella vita, il settantasettenne Biden è riuscito a superare sofferenze inimmaginabili, umiliazioni, un invalidante disturbo del linguaggio e la propria mediocrità. Ora ha sulle spalle le speranze di milioni di persone. Biden è nato nel 1942 in quella divenuta nota come la “silent generation”, la generazione silenziosa, ed è cresciuto all’ombra della seconda guerra mondiale, prima a Scranton, in Pennsylvania, poi a Wilmington, nel Delaware, in una famiglia del ceto medio dall’esistenza precaria. I Biden – padre, madre, cinque figli – possono contare solo sul lavoro del padre, che vende auto e pulisce caldaie. “Joe Impedimenta” lo chiamano a scuola, riferendosi alla balbuzie che impiegherà una vita a controllare. Studente senza infamia e senza lode, riesce a laurearsi in legge e intraprende la carriera di avvocato. Una vita modesta la sua, che cambia completamente nel 1972, quando avverte la remota possibilità di strappare un seggio al Senato nel Delaware a un affermato senatore uscente. La sua shoccante vittoria rappresenta la prima reale indicazione della sua considerevole e sottovalutata capacità politica. Un mese prima del suo giuramento al Senato, sua moglie Neilia e la figlia Naomi sono uccise in un incidente d’auto: i due figlioletti Beau e Hunter finiscono in ospedale. E’ un colpo terribile, pensa al suicidio. Incoraggiato da due donne, la sorella Valerie e la seconda moglie Jill, Biden si costruisce una lunga carriera al Senato, dove viene additato come banderuola politica. Qualunque direzione prenda il Partito Democratico nelle passate quattro decadi, ci trovi Biden nel mezzo. Joe Biden è un uomo dai molti difetti – è stato più volte accusato di plagio, falsificazioni e incurabili gaffe. Ma ha anche grandi doti, non ultima, dopo la morte del figlio Beau nel 2015 a causa di un tumore al cervello, una quasi soprannaturale capacità di condividere dolore e disperazione, di stabilire un legame emotivo con chiunque incontri. Inoltre non è uno snob ed è il primo candidato alle presidenziali senza una laurea in un’università prestigiosa. Sottovalutarlo è facile. Se sarà eletto il 46esimo presidente degli Stati Uniti non sarà grazie alla sua oratoria. Né al suo vigore giovanile. Sebbene Barack Obama sia stato il suo capo e John Kennedy il suo eroe quand’era ragazzino, nessuna delle due figure potrebbero assomigliargli meno. Tuttavia, stranamente, contro ogni chiara possibilità, ha raggiunto la soglia del più potente incarico del mondo. Che cosa c’è in Biden che molti sembrano non aver capito? Una delle chiavi per meglio comprenderlo la troviamo in come è riuscito a diventare lui lo sfidante democratico nella corsa alla Casa Bianca contro Donald Trump. I rivali di Biden, durante le primarie del suo partito, l’avevano sottostimato. Anche quando era in testa nei sondaggi molti opinionisti non credettero nelle sue chance. Non solo Biden era troppo confusionario e monotono per pensare che potesse vincere, ma sembrava anche non connettersi con la crescente ala più progressista  del suo partito. Dopo che Biden perse le prime due competizioni in Iowa e in New Hampshire, venne dato per spacciato. Poi, dal nulla, spuntò fuori il punto di svolta. Jim Clyburn, deputato del South Carolina, annunciò il suo appoggio a Biden fra i tanti che si contendevano le primarie. Dopo la vittoria di Biden in quello Stato, dove l’elettorato democratico è in maggioranza afroamericano, si verificò l’effetto valanga. Quasi tutti i suoi rivali si ritirarono e lo appoggiarono. E lo fecero con entusiasmo. Nessuno se lo aspettava, Biden meno di tutti. Simbolo della destra durante le primarie, ha virato a sinistra durante la campagna elettorale per la presidenza. Solo raramente durante i 36 anni in cui è stato al Senato è stato visto come liberale. Il passato di Biden è senza dubbio quello di un moderato. Ma questo può essere fuorviante. Quello che mostra anche la sua carriera è che sa leggere la direzione delle maree – che possono cambiare. Biden è un politico dalla testa ai piedi. Due circostanze sono state determinanti nella sua nomination. In primo luogo, riuscì a battere la sinistra solo perché era divisa fra vari candidati, in particolare Bernie Sanders e Elizabeth Warren. Il suo primo obiettivo fu quello di conquistare la loro fiducia, e ce la fece, incorporando nel suo programma elettorale molti dei loro traguardi: il cosiddetto “green new deal”, ecologia, università gratuita per le classi medie e posizione pro-sindacale. In secondo luogo, la sua vittoria coincise con la pandemia. Il coronavirus ha aperto un nuovo, ampio spazio d’azione. In una situazione analoga si ritrovò Franklin Delano Roosevelt. Roosevelt è passato alla storia come l’uomo che ha salvato l’America dalla depressione e il mondo dal fascismo. Nessuno lo vide in questa luce nel 1932. Come Biden, anche Roosevelt era un politico dalla testa ai piedi, che aveva capito l’arte del possibile. Ciò che può essere diventato possibile in America dopo che sono morti 220.000 americani per il coronavirus è completamente diverso da un anno fa. Biden è cambiato con le circostanze. Il che include sapere quando tenere la bocca chiusa. La strategia che ha adottato è quella di lasciar parlare Donald Trump: ha capito che più Trump parla, più si danneggia. Il prolisso Biden ha imparato l’arte del silenzio.

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